lunedì 21 ottobre 2013

Se vuoi conquistarmi ed elogi "Il gattopardo"


Un uomo che non comprende e non apprezza le cose che amo, non sarebbe mai all'altezza di comprendere e apprezzare me, e di capire quanto sia preziosa e rara.
Vado all'internet point di due miei cari amici. Un uomo mi avvicina, cerca di darmi chiacchiera. Tra una cosa e l'altra, fotocopie di qua, invio in stampa di là, rispondo sorridente ma distratta alle sue domande. Avendo relativa importanza, vi dico sommariamente che, il tipo che mi dà chiacchiera, si offre di accompagnarmi in centro, avendo detto io di stare andando in biblioteca a ritirare un libro. Penso tra me e me che la cosa mi diverte, e gli permetto di accompagnarmi.
E' laureato in scienze politiche, ha lavorato in ambito archivistico e nelle biblioteche, ha seguito degli studi molto interessanti di linguistica, ha lavorato in ambito cinematografico, parla perfettamente francese, è noioso proprio come piace a me. Se può fare, posso concedergli di conoscermi e la mia compagnia per qualche ora. Ecco così che me lo ritrovo come cagnolino a seguito. Io adoro gli uomini-cagnolino a seguito.
Ad un certo punto, dopo avere già avuto sentore di quanto fosse bigotto e ottuso (40 anni portati così così), mi scivola sul Gattopardo: inizia ad elogiarlo, elencando tutti gli aspetti possibili, rimarcando il suo apprezzamento per lo stile impeccabile, la forma, l'italiano. Non lo avesse mai fatto. Tra l'apparire e l'essere, evidentemente lui è per l'apparire: la forma impeccabile, non fa di un libro un buon libro.
Se mi elogi "Il gattopardo", tesoro mio, stai pur certo che non sei un uomo al quale potrei interessarmi.
Di lì in poi, è stato tutto uno scivolone continuo: non conosce il teatro dato che non lo ha mai interessato più di tanto, non conosce la musica elettronica e non sa bene a cosa io mi riferisca con i termini "electro" e "sperimentale", i Pink Floyd gli piacciono più di Zappa in assoluto anche se afferma di non avere mai sentito nulla di Frank Zappa ma sa che i Pink Floyd sono il massimo e sicuramente anche più di Zappa, non ha mai sentito nominare Von Trier e Artaud, mi dice che in una donna quel che conta è la classe anche se tra le sue storie ne vanta una con una americana ed una con una russa (che sono tutte delle lavandaie... quindi, traducendo, quel che conta sono i vestiti succinti, ecco cosa lo ha attratto di me), la bellezza la considera una cosa oggettiva, e chi più ne ha, più ne metta.
Mentre parlavamo di me, intuisce che ho un debole per l'India, e senza che io avessi neanche accennato al voler fare un viaggio in India, mi dice: "Non è che stai pensando di fare un viaggio in India? Ti prego, no, non ci andare, che ci vai a fare?", a parte la troppa confidenza e l'invadenza, era solo l'ennesimo modo per mettermi, verbalmente, dei limiti e per confermare i suoi. Ha parlato tutto il tempo con negazioni, vive di negazioni: "non è possibile... non lo fare... non mi piace... no no no", asfissiante, una martellata sui coglioni è più sopportabile, soprattutto per me che da due anni faccio un duro lavoro su me stessa per uscire dal loop delle negazioni verbali.
Da una sua analisi, dice che io sono una ragazza troppo mentale, che la mia testa lavora troppo e troppo velocemente (e quand'è che mi raggiungeresti mai, tu?), dice che sono un personaggio eccentrico ("tu invece sei buono per il museo, nella sezione Paleolitico", penso tra me e me), che ho troppe stranezze e particolarità, che sono troppo diversa dalle altre ragazze della mia età per poter pensare che io sia sincera, e il tutto gli sembra pensato ad hoc, gli sembro un personaggio ben progettato.
Mi ha detto che sembravo una ragazzetta semplice da avvicinare e che invece ora gli sembro del tutto inavvicinabile.
Pensare che si stava per giustificare con me per i suoi capelli che stanno cominciando ad ingrigirsi; l'ho stroncato dicendogli che, "in generale, sono proprio i capelli a non piacermi tanto, mi piacciono i calvi".
Il grado di cultura di una persona m'interessa relativamente ma, l'intelligenza e l'apertura mentale sono due cose dalle quali non si prescinde. Nulla è peggio di un mulo indottrinato.
Mentre scrivo, ascolto "Fahrenheit fair enough" dei Telefon Tel Aviv, alla faccia sua, e di tutti quelli come lui.
In biblioteca ho preso "Viaggio al termine della notte" di Louis-Ferdinand Céline; lui dice che sprecherò il mio tempo a leggere questo mattone ma, gli ho chiesto, lui non lo ha mai letto. =)

giovedì 26 settembre 2013

Idioterne


"Idioterne" di Lars Von Trier, 1998.

"Secondo Rudolf Steiner i mongoloidi sarebbero un dono all'umanità. Sono i visitatori di un altro pianeta o dello spazio. Una nozione che può servire da terapia per ritrovare il bambino o l'animale dentro di noi.";

"...Idioterne è un film moderno, ma è comunque nostalgico. Esprime il rimpianto della Nouvelle Vague e di tutte le sue influenze... esprime la nostalgia legata ad un periodo che non ho vissuto, che predicava la libertà e la liberazione a tutti i livelli.".


mercoledì 18 settembre 2013

"L'usignolo di Keats", saggio di Jorge Luis Borges


"L'usignolo di Keats", saggio di Jorge Luis Borges.

Coloro che abbiano frequentato la poesia lirica d’Inghilterra non dimenticheranno la
Ode a un usignuolo che John Keats, tisico, povero e forse sfortunato in amore, compose in un giardino di Hampstead, a ventitré  anni, in una delle notti del mese di aprile del 1819. Keats, nel giardino suburbano, udì l’eterno usignuolo di Ovidio e di Shakespeare e sentì la propria condizione di mortale e la oppose alla tenue voce imperitura dell’invisibile uccello. Keats aveva scritto che il poeta deve dare poesie naturalmente, come l’albero dà foglie; due o tre ore gli bastarono per creare quella pagina d’inesauribile e insaziabile bellezza, che poi avrebbe appena limata; il suo pregio, ch’io sappia, non è stato discusso da alcuno; lo è stata, invece, la sua interpretazione. Il nodo del problema sta nella penultima strofa - L’uomo determinato dalle circostanze e mortale si rivolge all’uccello, « che non calpestano le affamate generazioni » e la cui voce è la stessa che nei campi d’Israele, un’antica sera, udì Ruth la moabita.

Nella sua monografia su Keats, pubblicata nel 1887, Sidney Colvin (che ebbe un carteggio con Stevenson e fu un suo amico) avvertì o inventò una difficoltà nella strofa di cui parlo. Copio la sua curiosa affermazione « Con un errore di logica, che a parer mio è anche un errore poetico, Keats oppone alla fugacità della vita umana, per cui intende la vita dell’individuo, il perenne durare della vita dell’uccello, per cui intende la vita della specie ». Nel 1895, Bridges ripeté l’accusa; F.R. Leavis l’approvò nel 1936 e vi aggiunse la nota: « Naturalmente, l’errore racchiuso in questo concetto prova l’intensità del sentimento che lo genera ». Keats, nella prima strofa del poema, aveva chiamato driade l’usignuolo; un altro critico, Garrod, con tutta serietà si valse di tale epiteto per sentenziare che, nella settima, l’uccello è immortale perché è una driade, una divinità dei boschi. Amy Lowell scrisse, più felicemente: « Il lettore che abbia un briciolo di sentimento fantastico o poetico intuirà immediatamente che Keats non si riferisce all’usignuolo che cantava in quel momento, ma alla specie ».
Cinque giudizi di cinque critici, attuali e passati, ho raccolti; credo che di essi il meno futile sia quello della nordamericana Amy Lowell, ma rifiuto l’opposizione che in esso è postulata tra l’effimero usignuolo di una notte e l’usignuolo generico. La chiave, l’esatta chiave della strofa, sta, credo, in un paragrafo metafisico di Schopenhauer, che non la lesse mai.
L’Ode a un usignuolo è del 1819; nel 1844 apparve il secondo volume de Il mondo come volontà e rappresentazione. Nel capitolo 41 si legge: « Chiediamoci con sincerità se la rondine di quest’estate è un’altra da quella dell’estate passata e se realmente tra le due il miracolo di trarre qualcosa dal nulla si è verificato milioni di volte per essere smentito altrettanto dall’annientamento assoluto. Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quel che vorrà, ma pazzia più strana è immaginare che- fondamentalmente sia un altro ». Cioè, l’individuo é  in qualche modo la specie, e l’usignuolo di Keats è anche l’usignuolo di Ruth.
Keats, che, senza troppa imprecisione, poté scrivere:« Non so niente, non ho letto niente », indovinò attraverso le pagine di un dizionario scolastico lo spirito greco; sottilissima prova di quell’indovinare o ricreare è l’aver intuito nell’oscuro usignuolo di una notte l’usignuolo platonico. Keats, forse incapace di definire la parola archetipo, precedette di un quarto di secolo una tesi di Schopenhauer.
Chiarita così la difficoltà, resta da chiarirne una seconda, d’indole assai diversa. Come mai non pensarono a questa interpretazione evidente Garrod e Leavis e gli altri? * Leavis è professore di uno dei collegi di Cambridge — la città che, nel secolo XVII, raccolse e dette nome ai Cambridge Platonists —; Bridges scrisse un poema platonico intitolato The Fourth Dimension; la sola enumerazione di questi fatti sembra aggravare l’enigma. Se non mi sbaglio, la ragione deriva da qualcosa che è essenziale nella mente britannica.
Coleridge osserva che tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici. Gli ultimi sentono che le classi, gli ordini e i generi sono realtà; i primi, che sono generalizzazioni; per questi, il linguaggio non è altro che un approssimativo giuoco di simboli; per quelli è la mappa dell’universo. Il platonico sa che l’universo è in qualche modo un cosmo, un ordine; tale ordine, per l’aristotelico, può essere un errore o una finzione della nostra conoscenza parziale. Attraverso le latitudini e le epoche, i due antagonisti immortali cambiano di lingua e di nome: uno è Parmenide, Platone, Spinoza, Kant, Francis Bradley; l’altro, Eraclito, Aristotele, Locke, Hume, William James. Nelle ardue scuole del Medio Evo, tutti invocano Aristotele, maestro dell’umana ragione (Convivio, IV, 2), ma i nominalisti sono Aristotele; i realisti, Platone. Il nominalismo inglese del secolo XIV risorge nello scrupoloso idealismo inglese del secolo XVIII; l’economia della formula di Occam, entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem, permette o prefigura il meno tassativo esse est percipi. Gli uomini, disse Coleridge, nascono aristotelici o platonici; della mente inglese è dato osservare che nacque aristotelica. Il reale, per quella mente, non sono i concetti astratti, ma gli individui; non l’usignuolo generico, ma gli usignuoli concreti. È naturale, forse inevitabile, che in Inghilterra non sia compresa rettamente l’Ode a un usignuolo.
Nessuno veda riprovazione o disdegno nelle parole che precedono. L’inglese rifiuta il generico perché sente che l’individuale è irriducibile, inassimilabile e senza eguale. Uno scrupolo etico, non un’incapacità speculativa, gl’impedisce di operare con astrazioni, come i tedeschi. Non capisce l’Ode a un usignuolo; codesta importante incomprensione gli permette di essere Locke, di essere Berkeley e Hume, e di redigere, settant’anni fa, gl’inascoltati e profetici avvertimenti dell’Individuo contro lo Stato.
L’usignuolo, in tutte le lingue del mondo, gode di nomi melodiosi (nightingale, nachtigall, ruiseñor), come se gli uomini istintivamente avessero voluto che questi non demeritassero del canto che li meravigliò. A tal punto lo hanno esaltato i poeti, che ora è un poco irreale; meno affine alla calandra che all’angelo. Dagli enigmi sassoni del Libro di Exeter (« io, antico cantore della sera, reco ai nobili gioia nelle ville ») alla tragica Atalanta di Swinburne, l’infinito usignuolo ha cantato nella letteratura inglese; Chaucer e Shakespeare lo esaltano, e così Milton e Matthew Arnold, ma a John Keats uniamo fatalmente la sua immagine, come a Blake quella della tigre.* A questi bisognerebbe aggiungere il geniale poeta William Butler Yeats che, nella prima strofa di Sailìng to Byzantium, parla delle « morenti generazioni » di uccelli, con allusione deliberata o involontaria all’Ode. Si veda T.R. Henn, The Lonely Tower, 1950, p.211.

martedì 17 settembre 2013

Éliane Radigue


Ho ascoltato i suoi pezzi centinaia di volte, ne sono innamorata alla follia.

Éliane Radigue (nata il 24 gennaio 1932) è una compositrice francese di musica elettronica.
Ha iniziato la sua attività nel 1950 e le sue prime creazioni sono state presentate alla fine del 1960. Fino al 2000 il suo lavoro è stato creato quasi esclusivamente su un unico
sintetizzatore, il sistema modulare ARP 2500 e su nastro. Dal 2001 compone soprattutto per strumenti acustici.


Eliane Radigue - Elemental II (Part 2/2)

Eliane Radigue - Jetsun Mila (1)

Eliane Radigue - Jetsun Mila (2)

Vi propongo anche un breve video su di lei, trovato su Vimeo.
A Portrait of Eliane Radigue (2009)


venerdì 13 settembre 2013

Che libro sei, sei stato o vorresti essere?


Newsletter. Una delle tante di oggi. Mi chiede: "Che libro sei, sei stato o vorresti essere?".
Da bambina (9-14 anni) sono stata "Poesie d'amore" di Jacques Prévert.
Sono diventata "Il gabbiano" di Anton Čecov.
Passando attraverso "La nausea" di Jean-Paul Sartre, sono diventata "Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares" di Fernando Pessoa.
Sono "Walden" di Henry D. Thoreau.
Vorrei essere, o "Opera aperta" di Umberto Eco, o "Sonetti" di Stéphane Mallarmé: forse più il secondo. ;)
Non ne ho messo nessuno del mio amato Artaud, né "Quando Teresa si arrabbiò con Dio" di Jodorowsky, né nessuno di Calvino, lo so, ma non sono stata nessuno di questi libri, pur avendoli amati alla follia.
Il tempo di pubblicare questo post, e mi verranno alla mente altri duecento libri che avrei nominato al posto di questi, ovvio, no?

mercoledì 11 settembre 2013

Sbagliare è umano, perseverare è Delirium

 
Perché tutte le donne che piacciono a me sono etero?
Neanche bi, proprio etero, esclusivamente etero.
Ci sono tre ragazze per cui ho una mezza cotta già da tempo, da anni...
Le seguo assiduamente su Facebook e su altri profili e blog che hanno sparsi per la rete, senza mai aver chiesto loro l'amicizia, o aver cercato di farmi notare con, che so, un iLike. Perché, in ogni caso, a tutte e tre, piacciono solo gli uomini.
Non voglio cacciarmi in una di quelle situazioni del piffero in cui alla fine si diventa delle simpatiche amichette, ho già preso le mie batoste. Sbagliare è umano, perseverare è Delirium.
Sono tutte abbastanza patite di electro music (anche se nessuna delle tre arriva ai miei estremi sperimentali), arte contemporanea, vivono come se si trovassero in un paese moderno e alternativo, e hanno gusti molto simili ai miei.
Ognuna di loro, in realtà, ha un difetto:
. la prima è della Puglia, una regione che odio profondamente, anche se lei è una fanciulla super alternativa e vive lontano dalla sua terra d'origine;
. un'altra ha dei gatti in casa ed è fissata con i gatti, ed io gli animali domestici li tollero solo se in teglie da forno;
. l'altra, invece, pur essendo la più figa di tutte, e colta sino a farmi sentire un lombrico a confronto, ha qualcosa che le manca delle altre due, sfumature, ma che fanno la differenza.
Perché mi piacciono le etero? Che razza di problemi ho?

Balthus


Balthus, pseudonimo di Balthasar Kłossowski de Rola (Parigi, 29 Febbraio 1908 - Rossinière, 18 Febbraio 2001), pittore francese di origine polacca.

 Guitar lesson, 1934
Alicia, 1933
Drawing room, 1942
 The white skirt, 1937
 The street, 1933
 Patience, 1943
 Nude with cat, 1949
 Still life, 1937

Getting up, 1955

The mediterranean cat, 1949