giovedì 26 settembre 2013

Idioterne


"Idioterne" di Lars Von Trier, 1998.

"Secondo Rudolf Steiner i mongoloidi sarebbero un dono all'umanità. Sono i visitatori di un altro pianeta o dello spazio. Una nozione che può servire da terapia per ritrovare il bambino o l'animale dentro di noi.";

"...Idioterne è un film moderno, ma è comunque nostalgico. Esprime il rimpianto della Nouvelle Vague e di tutte le sue influenze... esprime la nostalgia legata ad un periodo che non ho vissuto, che predicava la libertà e la liberazione a tutti i livelli.".


mercoledì 18 settembre 2013

"L'usignolo di Keats", saggio di Jorge Luis Borges


"L'usignolo di Keats", saggio di Jorge Luis Borges.

Coloro che abbiano frequentato la poesia lirica d’Inghilterra non dimenticheranno la
Ode a un usignuolo che John Keats, tisico, povero e forse sfortunato in amore, compose in un giardino di Hampstead, a ventitré  anni, in una delle notti del mese di aprile del 1819. Keats, nel giardino suburbano, udì l’eterno usignuolo di Ovidio e di Shakespeare e sentì la propria condizione di mortale e la oppose alla tenue voce imperitura dell’invisibile uccello. Keats aveva scritto che il poeta deve dare poesie naturalmente, come l’albero dà foglie; due o tre ore gli bastarono per creare quella pagina d’inesauribile e insaziabile bellezza, che poi avrebbe appena limata; il suo pregio, ch’io sappia, non è stato discusso da alcuno; lo è stata, invece, la sua interpretazione. Il nodo del problema sta nella penultima strofa - L’uomo determinato dalle circostanze e mortale si rivolge all’uccello, « che non calpestano le affamate generazioni » e la cui voce è la stessa che nei campi d’Israele, un’antica sera, udì Ruth la moabita.

Nella sua monografia su Keats, pubblicata nel 1887, Sidney Colvin (che ebbe un carteggio con Stevenson e fu un suo amico) avvertì o inventò una difficoltà nella strofa di cui parlo. Copio la sua curiosa affermazione « Con un errore di logica, che a parer mio è anche un errore poetico, Keats oppone alla fugacità della vita umana, per cui intende la vita dell’individuo, il perenne durare della vita dell’uccello, per cui intende la vita della specie ». Nel 1895, Bridges ripeté l’accusa; F.R. Leavis l’approvò nel 1936 e vi aggiunse la nota: « Naturalmente, l’errore racchiuso in questo concetto prova l’intensità del sentimento che lo genera ». Keats, nella prima strofa del poema, aveva chiamato driade l’usignuolo; un altro critico, Garrod, con tutta serietà si valse di tale epiteto per sentenziare che, nella settima, l’uccello è immortale perché è una driade, una divinità dei boschi. Amy Lowell scrisse, più felicemente: « Il lettore che abbia un briciolo di sentimento fantastico o poetico intuirà immediatamente che Keats non si riferisce all’usignuolo che cantava in quel momento, ma alla specie ».
Cinque giudizi di cinque critici, attuali e passati, ho raccolti; credo che di essi il meno futile sia quello della nordamericana Amy Lowell, ma rifiuto l’opposizione che in esso è postulata tra l’effimero usignuolo di una notte e l’usignuolo generico. La chiave, l’esatta chiave della strofa, sta, credo, in un paragrafo metafisico di Schopenhauer, che non la lesse mai.
L’Ode a un usignuolo è del 1819; nel 1844 apparve il secondo volume de Il mondo come volontà e rappresentazione. Nel capitolo 41 si legge: « Chiediamoci con sincerità se la rondine di quest’estate è un’altra da quella dell’estate passata e se realmente tra le due il miracolo di trarre qualcosa dal nulla si è verificato milioni di volte per essere smentito altrettanto dall’annientamento assoluto. Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quel che vorrà, ma pazzia più strana è immaginare che- fondamentalmente sia un altro ». Cioè, l’individuo é  in qualche modo la specie, e l’usignuolo di Keats è anche l’usignuolo di Ruth.
Keats, che, senza troppa imprecisione, poté scrivere:« Non so niente, non ho letto niente », indovinò attraverso le pagine di un dizionario scolastico lo spirito greco; sottilissima prova di quell’indovinare o ricreare è l’aver intuito nell’oscuro usignuolo di una notte l’usignuolo platonico. Keats, forse incapace di definire la parola archetipo, precedette di un quarto di secolo una tesi di Schopenhauer.
Chiarita così la difficoltà, resta da chiarirne una seconda, d’indole assai diversa. Come mai non pensarono a questa interpretazione evidente Garrod e Leavis e gli altri? * Leavis è professore di uno dei collegi di Cambridge — la città che, nel secolo XVII, raccolse e dette nome ai Cambridge Platonists —; Bridges scrisse un poema platonico intitolato The Fourth Dimension; la sola enumerazione di questi fatti sembra aggravare l’enigma. Se non mi sbaglio, la ragione deriva da qualcosa che è essenziale nella mente britannica.
Coleridge osserva che tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici. Gli ultimi sentono che le classi, gli ordini e i generi sono realtà; i primi, che sono generalizzazioni; per questi, il linguaggio non è altro che un approssimativo giuoco di simboli; per quelli è la mappa dell’universo. Il platonico sa che l’universo è in qualche modo un cosmo, un ordine; tale ordine, per l’aristotelico, può essere un errore o una finzione della nostra conoscenza parziale. Attraverso le latitudini e le epoche, i due antagonisti immortali cambiano di lingua e di nome: uno è Parmenide, Platone, Spinoza, Kant, Francis Bradley; l’altro, Eraclito, Aristotele, Locke, Hume, William James. Nelle ardue scuole del Medio Evo, tutti invocano Aristotele, maestro dell’umana ragione (Convivio, IV, 2), ma i nominalisti sono Aristotele; i realisti, Platone. Il nominalismo inglese del secolo XIV risorge nello scrupoloso idealismo inglese del secolo XVIII; l’economia della formula di Occam, entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem, permette o prefigura il meno tassativo esse est percipi. Gli uomini, disse Coleridge, nascono aristotelici o platonici; della mente inglese è dato osservare che nacque aristotelica. Il reale, per quella mente, non sono i concetti astratti, ma gli individui; non l’usignuolo generico, ma gli usignuoli concreti. È naturale, forse inevitabile, che in Inghilterra non sia compresa rettamente l’Ode a un usignuolo.
Nessuno veda riprovazione o disdegno nelle parole che precedono. L’inglese rifiuta il generico perché sente che l’individuale è irriducibile, inassimilabile e senza eguale. Uno scrupolo etico, non un’incapacità speculativa, gl’impedisce di operare con astrazioni, come i tedeschi. Non capisce l’Ode a un usignuolo; codesta importante incomprensione gli permette di essere Locke, di essere Berkeley e Hume, e di redigere, settant’anni fa, gl’inascoltati e profetici avvertimenti dell’Individuo contro lo Stato.
L’usignuolo, in tutte le lingue del mondo, gode di nomi melodiosi (nightingale, nachtigall, ruiseñor), come se gli uomini istintivamente avessero voluto che questi non demeritassero del canto che li meravigliò. A tal punto lo hanno esaltato i poeti, che ora è un poco irreale; meno affine alla calandra che all’angelo. Dagli enigmi sassoni del Libro di Exeter (« io, antico cantore della sera, reco ai nobili gioia nelle ville ») alla tragica Atalanta di Swinburne, l’infinito usignuolo ha cantato nella letteratura inglese; Chaucer e Shakespeare lo esaltano, e così Milton e Matthew Arnold, ma a John Keats uniamo fatalmente la sua immagine, come a Blake quella della tigre.* A questi bisognerebbe aggiungere il geniale poeta William Butler Yeats che, nella prima strofa di Sailìng to Byzantium, parla delle « morenti generazioni » di uccelli, con allusione deliberata o involontaria all’Ode. Si veda T.R. Henn, The Lonely Tower, 1950, p.211.

martedì 17 settembre 2013

Éliane Radigue


Ho ascoltato i suoi pezzi centinaia di volte, ne sono innamorata alla follia.

Éliane Radigue (nata il 24 gennaio 1932) è una compositrice francese di musica elettronica.
Ha iniziato la sua attività nel 1950 e le sue prime creazioni sono state presentate alla fine del 1960. Fino al 2000 il suo lavoro è stato creato quasi esclusivamente su un unico
sintetizzatore, il sistema modulare ARP 2500 e su nastro. Dal 2001 compone soprattutto per strumenti acustici.


Eliane Radigue - Elemental II (Part 2/2)

Eliane Radigue - Jetsun Mila (1)

Eliane Radigue - Jetsun Mila (2)

Vi propongo anche un breve video su di lei, trovato su Vimeo.
A Portrait of Eliane Radigue (2009)


venerdì 13 settembre 2013

Che libro sei, sei stato o vorresti essere?


Newsletter. Una delle tante di oggi. Mi chiede: "Che libro sei, sei stato o vorresti essere?".
Da bambina (9-14 anni) sono stata "Poesie d'amore" di Jacques Prévert.
Sono diventata "Il gabbiano" di Anton Čecov.
Passando attraverso "La nausea" di Jean-Paul Sartre, sono diventata "Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares" di Fernando Pessoa.
Sono "Walden" di Henry D. Thoreau.
Vorrei essere, o "Opera aperta" di Umberto Eco, o "Sonetti" di Stéphane Mallarmé: forse più il secondo. ;)
Non ne ho messo nessuno del mio amato Artaud, né "Quando Teresa si arrabbiò con Dio" di Jodorowsky, né nessuno di Calvino, lo so, ma non sono stata nessuno di questi libri, pur avendoli amati alla follia.
Il tempo di pubblicare questo post, e mi verranno alla mente altri duecento libri che avrei nominato al posto di questi, ovvio, no?

mercoledì 11 settembre 2013

Sbagliare è umano, perseverare è Delirium

 
Perché tutte le donne che piacciono a me sono etero?
Neanche bi, proprio etero, esclusivamente etero.
Ci sono tre ragazze per cui ho una mezza cotta già da tempo, da anni...
Le seguo assiduamente su Facebook e su altri profili e blog che hanno sparsi per la rete, senza mai aver chiesto loro l'amicizia, o aver cercato di farmi notare con, che so, un iLike. Perché, in ogni caso, a tutte e tre, piacciono solo gli uomini.
Non voglio cacciarmi in una di quelle situazioni del piffero in cui alla fine si diventa delle simpatiche amichette, ho già preso le mie batoste. Sbagliare è umano, perseverare è Delirium.
Sono tutte abbastanza patite di electro music (anche se nessuna delle tre arriva ai miei estremi sperimentali), arte contemporanea, vivono come se si trovassero in un paese moderno e alternativo, e hanno gusti molto simili ai miei.
Ognuna di loro, in realtà, ha un difetto:
. la prima è della Puglia, una regione che odio profondamente, anche se lei è una fanciulla super alternativa e vive lontano dalla sua terra d'origine;
. un'altra ha dei gatti in casa ed è fissata con i gatti, ed io gli animali domestici li tollero solo se in teglie da forno;
. l'altra, invece, pur essendo la più figa di tutte, e colta sino a farmi sentire un lombrico a confronto, ha qualcosa che le manca delle altre due, sfumature, ma che fanno la differenza.
Perché mi piacciono le etero? Che razza di problemi ho?

Balthus


Balthus, pseudonimo di Balthasar Kłossowski de Rola (Parigi, 29 Febbraio 1908 - Rossinière, 18 Febbraio 2001), pittore francese di origine polacca.

 Guitar lesson, 1934
Alicia, 1933
Drawing room, 1942
 The white skirt, 1937
 The street, 1933
 Patience, 1943
 Nude with cat, 1949
 Still life, 1937

Getting up, 1955

The mediterranean cat, 1949

giovedì 5 settembre 2013

Lo scultore Alberto Giacometti raccontato da Simone de Beauvoir


Alberto Giacometti divenne uno dei miei scultori preferiti sin dalla prima volta che vidi una sua opera. E la prima volta che vidi una sua opera, fu sulla copertina de "Il muro" di Sartre, edizioni Einaudi. (Il mio preferito di lui, è e resta pur sempre "La nausea", fra quelli che ho letto).

Così, tra una pagina e l'altra di "L'età forte" di Beauvoire, tra un aneddoto e l'altro legato a Sartre, vedo affiorare, con assoluta meraviglia e stupore, il nome di Giacometti.
Ecco le pagine più ricche, da me personalmente ricopiate.


da "L'età forte" di Simone de Beauvoir, edizione Einaudi.

Nel corso di quella primavera, stringemmo una nuova amicizia; grazie a Lise, facemmo la conoscenza di Giacometti; come ho già detto, da un pezzo avevamo notato il suo bel volto minerale, i suoi capelli arruffati, i suoi modi da vagabondo. Avevo saputo che era scultore, e svizzero; e sapevo anche che era stato investito da un'automobile: per questo zoppicava appoggiandosi a un bastone. Lo si vedeva spesso con belle donne. Aveva notato Lise al Dôme e le aveva rivolto la parola; lei l'aveva divertito, e gli era nata una simpatia per lei. Lise diceva che non era intelligente: gli aveva domandato se amava Descartes, e lui aveva risposto evasivamente; pertanto lei aveva deciso che l'annoiava; ma le offriva al Dôme dei pranzi che trovava favolosi: giovane, robusta, vorace, non arrivava mai a saziarsi nei ristoranti studenteschi dove andava a mangiare; accettava con entusiasmo gli inviti di lui; peraltro, appena ingoiato l'ultimo boccone, si puliva la bocca e si alzava. Per trattenerla lui aveva escogitato di ordinare un secondo pranzo, che lei consumava con altrettanta gioia del primo: e quando aveva finito, inesorabilmente, se ne andava. « Che animale! », diceva lui con una specie di ammirazione; e per vendicarsile dava dei piccoli colpi di bastone sui polpacci. Una volta lei si lagnò che l'aveva invitata alle Palette con della gente noiosissima; aveva sbadigliato durante tutta la conversazione; apprendemmo in seguito il nome di quegli importuni: erano Dora Marr e Picasso. Lo studio dello scultore si apriva su un cortile in cui Lise trovava comodo installarsi per truccare le biciclette che rubava ai quattro angoli di Parigi. Le domandai che cosa pensasse delle opere di Giacometti, e rise con un'aria imbarazzata: « Non so, sono talmente piccole! ». Sosteneva che le sue sculture non erano più grosse di una testa di spillo. Come giudicarle? Aveva un curioso modo di lavorare, aggiunse; tutto quello che faceva durante la giornata, lo spezzava durante la notte, o viceversa. Un giorno aveva caricato su un carretto a mano tutte le sculture di cui lo studio era pieno, ed era andato a scaricarle nella Senna.
Non ricordo più le circostanze del nostro primo incontro; ebbe luogo da Lippe, credo; capimmo subito che sull'intelligenza di Giacometti Lise s'era sbagliata; ne aveva da vendere, e della migliore qualità: l'intelligenza che aderisce alla realtà e le strappa il suo vero significato. Egli non si accontentava mai di un si dice, di un press'a poco; andava dritto alle cose, e le assediava con infinita pazienza; a volte aveva la mano felice e le rivoltava come un guanto. Tutto lo interessava; la curiosità era la forma che assumeva il suo appassionato amore della vita. Quando era stato investito dall'automobile, aveva pensato con una sorta di divertimento: « E' così che si muore? Cosa mi succederà? » La morte stessa era per lui un'esperienza viva. Durante la degenza in ospedale, ogni minuto gli aveva portato qualche rivelazione inattesa; quando era uscito ne aveva provato quasi un rincrescimento. Quest'avidità mi rapiva. Giacometti si serviva magistralmente della parola per modellare personaggi e ambienti, e per animarli; era uno di quegli individui così rari che ascoltandoli ti arricchiscono. Tra lui e Sartre c'era un'affinità più profonda: entrambi avevano puntato tutto, l'uno sulla letteratura, e l'altro sull'arte; impossibile decidere quale dei due fosse il più maniaco. Del successo, della gloria, del denaro, Giacometti se ne infischiava: voleva riuscire. Che cosa voleva esattamente? Anch'io rimasi sconcertata, la prima volta che vidi le sue sculture: era proprio vero che la più voluminosa aveva appena le dimensioni di un pisello. Nel corso delle nostre numerose conversazioni, egli si spiegò. In passato era stato legato ai surrealisti; effettivamente, mi ricordavo di aver visto il suo nome, e la riproduzione di una sua opera, ne L'Amour Fou. A quel tempo, confezionava degli « oggetti » come piacevano a Breton e ai suoi amici, che avevano con la realtà solo dei rapporti allusivi. Ma da due o tre anni quella via gli appariva come un vicolo cieco; voleva tornare a quello che oggi riteneva il vero problema della scultura: ricreare il volto umano. Breton ne era rimasto scandalizzato: « Una faccia, tutti sanno che cos'è! » Giacometti ripeteva a sua volta questa frase in tono scandalizzato; secondo lui, nessuno era riuscito a intagliare o a modellare una valida rappresentazione del volto umano, bisognava ripartire da zero.
Un volto, ci diceva, è un tutto indivisibile, un senso, un'espressione; mentre, al contrario, la materia inerte, marmo, bronzo o gesso che sia, si divide all'infinito; ogni particella si isola, contraddice l'insieme, lo distrugge. Egli cercava di riassorbire la materia fino ai limiti del possibile: e così era arrivato a modellare quelle teste quasi senza volume in cui si imprimeva, egli pensava, l'unità del volto umano, quale essa si presenta allo sguardo. Forse un giorno avrebbe trovato un altro mezzo per strapparla alla vertiginosa dispersione dello spazio: per ora non aveva saputo inventare che quello. Sartre, che fin dalla giovinezza si sforzava di comprendere il reale della sua verità sintetica, fu particolarmente toccato da questa ricerca; il punto di vista di Giacometti si accostava a quello della fenomenologia, poiché egli cercava di scolpire un volto in situazione, nella sua esistenza per gli altri, a distanza, superando così gli errori dell'idealismo soggettivi e quelli del falso oggettivismo. Giacometti non aveva mai pensato che l'arte potesse limitarsi a far rilucere delle apparenze; in compenso, l'influenza dei cubisti e dei surrealisti l'aveva spinto, come molti artisti dell'epoca, a confondere l'immaginario e il reale: durante tutto un periodo egli aveva lavorato non già a mostrare la realtà per mezzo di un analogo materiale, ma a fabbricare delle cose. Adesso, egli criticava negli altri come in se stesso questa aberrazione. Parlava di Mondrian, il quale, considerando che la sua tela era piatta, si rifiutava di iscrivervi immaginariamente tre dimensioni: « Ma, - diceva Giacometti con un sorriso crudele, - quando due linee s'incrociano, ce n'è sempre una che passa sopra all'altra: non è vero che i suoi quadri sono piatti! » Nessuno era andato tanto avanti in quel vicolo cieco quanto Marcel Duchamp, che Giacometti amava molto. Prima aveva dipinto dei quadri, e tra gli altri la celebre Mariée mise à nu par ses célibataires mêmes. Ma un quadro non esiste che per lo sguardo che lo anima; Duchamp voleva che le sue creazioni si reggessero in piedi senza alcun aiuto; s'era messo a copiare in marmo dei pezzi di zucchero; questi simulacri non lo avevano soddisfatto; aveva modellato degli oggetti d'uso, del tutto reali, tra gli altri una scacchiera; poi si accontentò di comprare dei piatti o dei bicchieri e di firmarli. Finì per incrociare le braccia. In Giacometti, questi falsi problemi non avevano nulla di molto profondo: la sua vera preoccupazione era di difendersi dalla infinita e terrificante vacuità dello spazio. Per un lungo periodo, camminando per le strade, aveva avuto bisogno di toccare con mano la solidità del muro per resistere alla voragine che gli si apriva accanto. In un altro momento gli era sembrato che nulla avesse peso: nei corsi, sulle piazze, i passanti fluttuavano. Da Lippe, indicando le pareti sovraccariche di ornamenti, diceva gioiosamente: « Non un buco, non uno spazio! la pienezza assoluta! » Non mi stancavo mai di ascoltarlo. Una volta tanto la natura non aveva ingannato; ciò che prometteva il suo volto, Giacometti lo manteneva; a guardarlo da vicino, d'altronde, saltava agli occhi che quei tratti non erano quelli di un uomo ordinario. Non si sarebbe potuto predire se sarebbe riuscito « a torcere il collo alla scultura » o se sarebbe fallito nel tentativo di dominare lo spazio; ma il suo tentativo stesso era già più appassionante dei successi.

lunedì 19 agosto 2013

Hashtag masticazzi


"Non resisto più di sei mesi con lo stesso lavoro. Il mio vero lavoro è trovare lavori che mi lascino libertà, autonomia e indipendenza. La mia vita vale più di 1500 euro al mese.", è ciò che si legge sul mio profilo Facebook.
Parliamo di crisi e lavoro. Ovviamente, ne parliamo con la pochezza ed il qualunquismo tipici di Delirium.
Sono passata troppo spesso per la pecora nera della situazione, per quella che studia architettura ma mai si aprirebbe uno studio di architettura, né mai lavorerebbe in uno studio di architetti, per quella che un lavoro fisso non se l'è mai cercato perché "ora ho questo e poi me ne troverò uno fisso", rimandando di volta in volta.
L'idea di un lavoro fisso, svolto sempre insieme alle stesse persone, sempre nello stesso luogo, sempre alla solita ora, per tutta la vita, mi ha sempre atterrito. Pensare di avere uno studio privato tutto mio, poi, sobbarcandomi da sola un carico disumano di doveri, impegni, cappi al collo, non mi ha mai neanche sfiorato minimamente.
Perché studiare architettura, allora? Perché speravo che mi portasse a conoscere un sacco di gente interessante e sempre nuova, e a viaggiare in lungo e in largo. E poi, a me Piaceva di frequentare architettura, deve esserci anche una motivazione logica dietro la scelta della facoltà da frequentare? Mi piaceva, nel senso che avevo "il piacere di", e tanto mi basta, o dovrebbe bastare.
Fino ad ora, con la disapprovazione di alcuni ed il malcontento di altri, ho fatto ciò che "mi capitava", sì, perché a me piace così, senza programmare ogni istante sino alla fine dei miei giorni.
Io sono già una di quelle tipe che vivono troppo nel passato, pur cercando di scrollarselo di dosso il più possibile; ci mancherebbe solo che fossi anche una di quelle persone che vivono proiettate nel futuro, non accorgendosi mai del presente, o cercando di manipolarlo solo in funzione dello splendido futuro a cui porterà il vivere un presente di merda. Sacrifici.
Sacrificio. E' una parola quotidiana quando frequenti una facoltà che ha il pretesto di sfornare futuri liberi professionisti.
Ma attualmente, 2010/2013, chi si è sacrificato, chiudendo un occhio, sottomettendosi a questo e quello (leggasi, Capo di lavoro e/o Situazione), per costruire quel tanto anelato futuro rosa, fatto di un salario fisso, ferie retribuite, malattie certificate, contributi, tredicesima, pensione, sicurezza sociale, la sta prendendo in culo quanto me.
"
Chi pensa che, solo perché studio architettura, debba fare l'architetto, ha veramente poca fantasia.", 25 Luglio 2013.
E allora, meglio io che fino ad ora ho fatto quel che mi pareva. Non mi sento di aver vinto in confronto ad altri ma, almeno, mi sento meno idiota di chi sognava ad occhi aperti da sempre, per ritrovarsi comunque in mano con un pugno di mosche.

Un paio di anni fa, parlando dell'arrivismo del nostro Maestro di yoga e prano,
Stefano ne prese le difese, dicendomi: "Tu sei proprietaria di una scuola di naturopatia tutta tua? No!", e I'unica risposta possibile era: "Io ho la libertà, che è una scelta molto più scomoda...".



La trilogia orfica di Jean Cocteau


Le sang d'un poète, 1930.

https://www.youtube.com/watch?v=BAqxEq4ylb4


Orphée, 1949.
http://www.criterion.com/films/610-orpheus
e
http://nonsoloproust.wordpress.com/2008/03/27/orfeo-jean-cocteau-1950/

N.B. Purtroppo, non sono riuscita a trovare un link col film in streaming, ed io stessa sto ancora cercando di procurare il film integrale.


Le testament d'Orphée, 1960.

http://www.youtube.com/watch?v=RuLgh1HjPwY


domenica 18 agosto 2013

L'età forSe


13 maggio 2013. Ecco un altro compleanno.
Un anno fa, festeggiai il mio ingresso in una nuova personale Era, con entusiasmo ed esaltazione.
Un anno fa, però, non avevo ancora preso coscienza di quanto fossi davvero all'inizio di una nuova esistenza incredibile.
Miglioramenti nello studio? No. Miglioramenti a lavoro? Men che mai.
"L'età forte" di Simone de Beauvoir.
Questa lettura non mi ha entusiasmato, e sin dall'inizio mi ha dato un fastidioso senso di pollaio, perfetto per pettegole d'altri tempi. Utilissima però è stata la narrazione di quello che era la Francia negli anni della Seconda Guerra Mondiale.
Ho iniziato la sua lettura quando stavo riguardando a ritroso, con autocritica e stupore, al mio passato.
Per cinque anni, avevo guardato solo al presente con Max.
Il 2012, a seguito del dovuto distacco, è stato l'anno in cui ho cominciato a riaffacciarmi al passato.
Riuscire a tornare indietro alla disperazione della mia famiglia, agli anni a Siracusa, a Denim, agli anni con Max, è un miracolo che non mi aspettavo ma, ancor più, che non cercavo.
Invece, adesso che è avvenuto, mi sembra che questo miracolo inatteso fosse necessario per poter davvero guardare avanti, e non solo fingere di farlo. Lasciarsi alle spalle gli avvenimenti passati, non vale quanto il voltarsi indietro ad osservarli, con calma, con cura.
Riguardo ai miei ventanni come ad una ragazza che ho conosciuto e che non vedo da tanto tempo.
Mi sono fatta dei pianti liberatori, ripensandoci, come a voler piangere tutte le lacrime che non avevo sfogato in quegli anni.
A ventanni volevo scrivere poesie, dipingere, fare rivoluzioni e rivolte popolari, volevo condividere con Denim il nostro amore per il Partito (comunista), per la musica etnica e per la Francia, volevo vivere libera dalle imposizioni che la società iniziava a presentarmi sempre più insistentemente e sempre con maggiore pressione.
Se avessi letto "L'età forte" in quegli anni, forse mi sarebbe anche potuto piacere.
Leggendolo oggi, invece, non sono riuscita per nulla a riconoscermi in lei (io e lei, il giorno con la notte... beh, anche altre epoche, ed io una testa calda come poche ce n'erano a piede libero) e ho avuto conferma di tutti i dubbi avuti su Sartre, sulla sua figura, personalità, pensiero. Io, ancora innamorata alla follia di certi suoi scritti, ho sempre trovato contraddittorietà in lui.
Beauvoir fa apparire sé stessa come una sciocca innamorata, accondiscendente (pur negandolo durante l'intero scritto), priva di una vera personalità, che viveva all'ombra dell'uomo che amava, sottomettendosi anche a patti a cui cedeva pur di non perderlo. Sarà una distorsione dovuta alla traduzione, così come accade per altre opere? Chissà. Farò bene a leggere altro di lei, per potermi fare un'idea della Scrittrice, senza esser costretta ad affidarmi a critiche di terzi. Sperando di poter essere all'altezza di capirla, tutt'al più. La contestualizzazione, come sempre, giocherà un ruolo fondamentale.
Ad ogni pagina letta, affioravano alla mia mente ulteriori differenze tra la me ventenne e la me attuale.
C'è una riflessione della scrittrice, nella prima parte della biografia, che coincide con una constatazione che facevo io stessa, di recente: avere un abbonamento annuale per i mezzi pubblici di Roma, è una cosa di estremo valore, ed una vera e propria fortuna, poiché posso gironzolare quanto mi pare e trascorrere delle splendide giornate da vera turista anche quando non ho il becco di un quattrino in tasca. Roma, la mia stupenda amatissima Roma, ha bellezze sconfinate e gratuite, se solo si ha la volontà di scovarle ed andarle a visitare.
L'età forSe, è così che definirei i ventanni, miei e della Beauvoir.



Il viaggiatore


Ovunque vada, ogni luogo è la mia casa.

Ogni atomo di me, appartiene ad un posto diverso, ad una città diversa, ad una cultura diversa.
Il cielo è sempre diverso e sempre uguale. E la terra... ah, la terra!
Sono nata dalla terra e dal cielo uniti, e sono creatura del tutto.
Appartengo anche ad epoche diverse, e tutte mi appartengono, in qualche modo, ognuna a modo proprio.
Io non vivo nel mondo, io mi sento essere il mondo intero: il buono, dai paesi buoni, ed anche il cattivo, dai paesi cattivi, ed il buono ed il cattivo di ogni luogo buono o cattivo.

La sera, a letto, chiudo gli occhi e sprofondo nel Tutto del Mondo. La mattina, mi desto, e ritorno al Tutto.
Si dice che io sia come il vento, accarezzo e vado via.
Esistono infinite terre e città, per me, dove vivere, dove essere accolta, dove viaggiare e girovagare: esistono fuori e dentro di me. Il Cosmo mi gira intorno, ed io lo sento ruotare, riempirmi, strattonarmi, accarezzarmi. Le mie ossa sono cosmiche, le mie viscere sono cosmiche.
E viaggio e viaggio, e vivo, e sono.

http://www.youtube.com/watch?v=4AhpoqTkuwY


mercoledì 7 agosto 2013

Che cosss'è l'amor?


L'amore è quella cosa che:
Hai sempre sofferto d'insonnia e, quando sei al suo fianco, dormi tutta la notte come un ghiro.

"L'amore non si manifesta col desiderio di fare l'amore (desiderio che si applica a una quantità infinita di donne) ma col desiderio di dormire insieme (desiderio che si applica ad un'unica donna)" da "L'insostenibile leggerezza dell'essere", Milan Kundera.

Le bouche




Eleganza


- "Sono le nove e mezzo del mattino e sei così elegante...",
- "Elegante? Questo vestito l'avrò pagato, sì e no, dieci euro!",
- "Che importa quanto lo hai pagato? Tu potresti anche metterti una tuta da ginnastica e sprigioneresti comunque la tua femminilità e la tua sensualità. Sono delle cose che hai innate, vengono fuori a prescindere da come ti vesti e da quanto costa il vestito che indossi. Il vestito non è elegante, sei tu che rendi elegante il vestito...".

Incredibile, esistono uomini all'altezza di capire certe cose! [rubiconda]

Les amoureux au clair de lune, Marc Chagall.

venerdì 2 agosto 2013

Se la mia bocca dice "T'amo" #8


Se la mia bocca dice "T'amo", dà voce al corpo, e non al cuore. E allora, evito di dire "T'amo", in modo da non creare fraintendimenti e da non illudere nessuno. (18 Feb 2012)


Le cose che non meriti #7


(Agosto 2009/ Marzo 2010)

Ho provato ad immaginare i colori e le sfumature di un susseguirsi di carezze..
Le cose che non meriti.
Ciò nonostante, potrebbe esistere qualcuno che sia comunque disposto a dartele.




mercoledì 3 luglio 2013

Dimmi come mangi e ti dirò chi sei? =)


http://bonsai.tv/news/entertainment/cecilia-capriotti-su-chi-video/

"Avere fame non è sexy"?
Beh, se ci si butta sul cibo come dei disperati, depressi, la cui vita è vuota e priva di ogni emozione o soddisfazione, e si cerca di colmare i vuoti della propria esistenza rimpinzandosi di cibo, certo, non sarà sexy, agli occhi degli altri, vederci sbranare pietanze con la voracità di una iena sulla carcassa lasciata a metà dal leone.
Invece, non che sia sexy ma, vedere mangiare una persona con gusto, mette allegria. Osservare le persone mentre mangiano (osservo sempre il modo in cui mangiano gli altri, e lo trovo anche piuttosto eccitante), aiuta a capire molte cose dell'animo di quelle persone.
Non bisogna mai vergognarsi dei propri "appetiti", perché questo vergognarsi, spesso dettato da culture malsane, porta solo a generazioni di frustrati infelici e maniaci, i cui appetiti sono insaziabili, non perché smisurati ma poiché insani.
Mangiare con piacere, con la giusta goduria, è come avere un orgasmo sincero, che lo hai, lo mostri in modo spontaneo, e non sei costretta a darti a grida eccessive e disumane come surrogato.
Del resto, chi ha stilato quelle dieci "regole d'oro" è solo un esemplare di femmina dai finti gemiti (lo afferma lei stessa nell'articolo).
Diciamo pure che, personalmente, aspiro a sposare un uomo, e non un bancomat.


mercoledì 19 giugno 2013

Il senso del possesso.

C'è la ragazza con la pistola, c'è la ragazza con la valigia, e poi ci sono io, la ragazza con gli scatoloni.
A chi non mi conosce, sembra che io ci prenda gusto a traslocare di continuo. A chi, invece, mi conosce bene, sa per certo della mia perversione di traslocare ogni due tre.
E' anche da precisare che, non mi limito a traslocare da una casa all'altra, magari spostandomi da un quartiere all'altro di una stessa città, ma trasloco direttamente di città in città, senza pormi tanti problemi.
Tra gli appartamenti che ho visitato in queste settimane, ne ho visto uno che mi è piaciuto da morire. Purtroppo, essendo stato un B&B, non è organizzato per essere adibito ad appartamento (la cucina ed il terrazzo sono ampi e arredati in un modo squisito, perfetti per ospitare amici e organizzare pranzi domenicali come quelli a cui ero abituata quando vivevo a Siracusa) e, mentre il proprietario non sa come riadattarlo e adibirlo ad un nuovo uso personale, io, appena tornata a casa, mi sono tuffata sul mio blocco schizzi, per buttar giù tutte le idee che mi erano venute mentre visitavo l'immobile, ed ecco come si potrebbe trasformare nella casa dei miei sogni: la camera da letto grande (due vani collegati da un'apertura ad arco) sarebbe perfetta per avere zona letto e studiolo nello stesso spazio; le altre tre camere potrebbero essere adibite una a biblioteca (da mettere a disposizione anche a chi cercasse un luogo tranquillo in cui leggere, studiare, preparare esami universitari), una adibita a sala musica e video proiezione (all'interno della quale avere vari strumenti per lo studio e per il diletto, in cui chiunque potrebbe venire anche insieme al proprio maestro per far lezione, o anche solo per esercitarsi), ed una come laboratorio artistico per dipingere, scolpire, lavorare il legno, e fare modellismo (anche questa, a disposizione di chi cercasse un luogo per creare... quanto mi manca la mia stanza laboratorio di Siracusa!); il lungo corridoio sarebbe perfetto per un'esposizione di dipinti e sculture. Il proprietario mi lascerebbe anche fare dei lavori dentro ma, l'intenzione è di trovare una situazione di normale fitto, senza ulteriori oneri, dato che deve solo essere una situazione di passaggio, il tempo che mi organizzi il futuro.
Veniamo ora alle riflessioni su cui la mia mente si contorce da tempo, e che hanno dato vita al titolo del post.
Nel momento in cui ci si prepara per un trasloco, si è costretti a fare i conti con le troppe cose accumulate nel tempo.
Guardando alla nostra epoca consumista, osservo come il comprare, stipare, accumulare sia considerata una pratica usuale, senza mai che ci si fermi a pensare: "E' necessario comprarlo? In quale altro modo potrei procurarmelo?".
Nella nostra mentalità, se desideriamo una cosa, è necessario acquistare quella cosa ed averla in casa, che sia nostra, tutta solo nostra.
E' in questo modo che accumuliamo anche cose che non sarebbe necessario acquistare, se solo avessimo un senso diverso del "possesso" e sapessimo di poter porre fiducia nel rispetto di terzi, verso dei beni che potrebbero essere in condivisione.
Inizio col farvi un esempio pratico: il monolocale in cui vivo attualmente è all'interno di un grande appartamento dove sono presenti altri quattro comodi monolocali, con i quali condivido un ingresso e la lavasciugatrice. Per il resto, ognuno ha la propria cucina, il proprio frigobar, il proprio bagno interno.
Io che sono stata la prima ad entrare in casa, non appena finiti i lavori di ristrutturazione, ho anche potuto arredarla a gusto mio (a spese del padrone, che doveva comunque comprare i mobili) e mi sono creata una casetta squisita, colorata ed accogliente.
Torniamo, però, ai problemi delle poche cose condivise. Gli altri coinquilini dei monolocali, oltre degnarsi raramente di pulire la zona dell'ingresso comune, hanno il vizio di usare con menefreghismo la lavasciuga, come se non fosse interesse anche loro di tenerla in buone condizioni e perfettamente funzionante. A seguito anche dell'atteggiamento di queste persone, io stessa ho cercato di procurarmi una lavatrice da poter usare solo io, da avere all'interno del mio appartamento, in modo da non dovere subire i peli di cane della vicina zoccola (andata via a Dicembre, per fortuna), i pezzi di schifezze staccatesi dalle scarpe da ginnastica di quello che chiamo "La checca isterica" (c'è una cosa chiamata "lavaggio a vuoto" che non farebbe male scoprire), e i cicli di lavaggio che non s'inceppino a causa della brutta abitudine di sovraccaricare la lavatrice.
Poi mi fermo un attimo a riflettere, e penso che non mi serve una lavatrice tutta mia, perché averne una tutti in comune è sufficiente e perché, se ovunque nei condomini e nel mondo si facesse lo stesso (con rispetto nell'utilizzo, ovviamente), avremmo tutti dei vantaggi, sia a livello economico personale (anche le spese di manutenzione verrebbero divise per il numero di utilizzatori), sia a livello ambientale (produrre 10 quando ne basta 1 è un crimine contro il pianeta e contro noi stessi), sia a livello d'ingombro (al posto della lavatrice, ognuno avrebbe uno spazietto in più per un bel vaso di fiori).
Spostiamo questo discorso a libri, CD, DVD. Capisco che ci siano città e paesini poveri di servizi pubblici ma, mi atterrò a quello che offre la città di Roma.
Quando dopo quasi sei anni di vita a Siracusa, dovetti riportare tutte le mie cose a casa a Catania, dai miei genitori, dovemmo fare i conti con libri, CD, collezioni di videocassette di teatro e cinema, e collane cinematografiche in DVD che possedevo in quantitativo smisurato.
Oltre lo spostarli fisicamente, si pose il problema di trovarvi collocazione in quella che era una casa già arredata di tutto punto e contenente i libri, CD e DVD accumulati negli anni in cui avevo vissuto con i miei. Molta della roba traslocata ai tempi, è ancora dentro scatoloni rimasti abbandonati in garage.
Roma. Roma offre un ottimo servizio di biblioteche comunali (libri, CD, DVD) ed è presente la splendida Biblioteca Nazionale. Quando entro in una biblioteca di Roma, penso che "sono fortunata ad avere tutti questi libri", perché in realtà, non sarebbe il possederli a casa che mi renderebbe più ricca, o soddisfatta, quanto il fatto che possa accedere ad una così grande ed infinita collezione.
Quando prendo un libro in prestito, quel libro avrà modo di appartenermi solo se farò mio il suo contenuto. L'acquistarlo, invece, mi farebbe appartenere solo un mucchio di fogli in più e avrebbe svuotato il mio portafoglio senza una reale motivazione.
Immaginate con quale gioia abbia accolto i siti di streaming nella mia vita!, conoscendo adesso la mia visione delle cose.
Lo stesso sistema di condivisione potrebbe spostarsi su molte altre cose, come le bacinelle per il bucato, stendini, portaombrelli, scope palette rastrelli e secchi, aspirapolvere, scaletta. E invece no, ognuno ha i propri e, che in cinque coinquilini sia capitato una volta in due anni e mezzo di fare le pulizie di casa in contemporanea, sembra essere solo un dettaglio da nulla.
Per quel che mi concerne personalmente, io ho da traslocare anche le stoviglie per la cucina: ho tutto di mio, date le pentole da dopo guerra ed i piatti lesionati forniti dai proprietari degli appartamenti; inutile dire che mi sono concessa anche certe comodità come un'alzata a tre piani per la frutta, un porta spezie a cestelli, la macchina per il caffè espresso, un carrellino per portare la spesa, diverse cassettiere di plastica (non avendo mai avuto cassettiere nelle stanze in affitto, e armadi piccolissimi), un ventilatore, uno scaldino elettrico. Diciamo pure che, queste non sono cose da poter avere in condivisione, dato che l'utilizzo tra più persone sarebbe contemporaneo.
Provate a fare un conto rapido di quanto risparmieremmo, e di quanto risparmieremmo al nostro pianeta, se in tutti i condomini fossimo attrezzati a piccoli gruppi (considerando anche il numero di componenti di ogni singola famiglia) in questo splendido modo: la condivisione.
In questa crisi economica mondiale, più che mai faccio sogni di mondi migliori, di popoli migliori, e vorrei che mi si offrisse la possibilità di poter essere migliore anch'io.

venerdì 16 marzo 2012

Via dei Salumi


Mutevole. Ancora, ancora una volta. Un vortice di cambiamenti interiori, mi guida verso una strada che diventa sempre più in discesa, ed io mi lascio andare ad un vento nuovo ed energico: non potrei fare diversamente, data la sua prepotenza.
Così, Delirium cambia vita ancora una volta, lasciandosi alle spalle il lungo percorso affrontato, che l'ha portata a giungere all'oggi.
Punto di partenza: ho perso cinque anni dietro ad una relazione che non ha portato a nulla.
Avendo sempre saputo cosa voglio, non sono più disposta ad accontentarmi.
Sono cambiata nell'ultimo anno, ma ancor più sono cambiata rispetto a cinque anni fa: sono pronta ad accogliere nella mia vita un uomo, e desidero trovare chi abbia voglia di accogliermi nella propria. Un uomo che sappia tenermi con sé, che sappia essere presente ma, senza assillarmi ed ossessionarmi. Desidero che abbia un corpo da usare, e dal quale farmi usare. Che sappia essere carne e che voglia fondare la nostra relazione sulla carne, una relazione fatta di sentimenti da trentenni, e non di turbe adolescenziali e di farfalle allo stomaco. Un uomo che sappia farmi compagnia nelle cose che amo, che si tratti del teatro, o delle mie lunghe passeggiate a Villa Pamphilj. Che quando viaggia, mi voglia con sé per portarsi dietro i miei sorrisi, le dolcezze, la mia carne, e non per fuggire in due dalla scomoda realtà. Che mi voglia con sé, per l'idea di possedere un pezzetto di bello del mondo.
C'è una cosa che Max riusciva a darmi, e che non troverò mai più in nessun altro, e si trattava del suo saper compenetrare i miei silenzi e la mia solitudine. Mi sono resa conto che, quella era la vera cosa che mi legava a lui. Una cosa tutta speciale che solo lui sapeva fare. L'ho persa, e sono finita per farmene una ragione.
Notavo, giusto l'altro giorno, come il mio bisogno di "spiritualità", ora che sono più serena, si stia ridimensionando, trovando uno spazio più limitato ed equilibrato.
In parte, ho paura poiché, rispetto ai passetti che facevo in passato, adesso ogni passo mi porta tre metri più in là.
E' passata la frenesia di cambiare appartamento, ma è ripresa quella di cambiare paese, non avendo più nulla che mi leghi all'Italia.
Continuamente, in questi giorni, ho riprovato le sensazioni di quando ero ospite a casa di Rossella, in via dei Salumi, a Roma. I giorni in quella casa furono gli stessi che portarono al cambiamento radicale della mia vita siciliana. Sentivo crescere in me la novità di un'esistenza nuova, e di una nuova possibilità. Significheranno qualcosa i ripetuti deja vu legati a quei giorni di cinque anni fa?