mercoledì 11 settembre 2013

Balthus


Balthus, pseudonimo di Balthasar Kłossowski de Rola (Parigi, 29 Febbraio 1908 - Rossinière, 18 Febbraio 2001), pittore francese di origine polacca.

 Guitar lesson, 1934
Alicia, 1933
Drawing room, 1942
 The white skirt, 1937
 The street, 1933
 Patience, 1943
 Nude with cat, 1949
 Still life, 1937

Getting up, 1955

The mediterranean cat, 1949

giovedì 5 settembre 2013

Lo scultore Alberto Giacometti raccontato da Simone de Beauvoir


Alberto Giacometti divenne uno dei miei scultori preferiti sin dalla prima volta che vidi una sua opera. E la prima volta che vidi una sua opera, fu sulla copertina de "Il muro" di Sartre, edizioni Einaudi. (Il mio preferito di lui, è e resta pur sempre "La nausea", fra quelli che ho letto).

Così, tra una pagina e l'altra di "L'età forte" di Beauvoire, tra un aneddoto e l'altro legato a Sartre, vedo affiorare, con assoluta meraviglia e stupore, il nome di Giacometti.
Ecco le pagine più ricche, da me personalmente ricopiate.


da "L'età forte" di Simone de Beauvoir, edizione Einaudi.

Nel corso di quella primavera, stringemmo una nuova amicizia; grazie a Lise, facemmo la conoscenza di Giacometti; come ho già detto, da un pezzo avevamo notato il suo bel volto minerale, i suoi capelli arruffati, i suoi modi da vagabondo. Avevo saputo che era scultore, e svizzero; e sapevo anche che era stato investito da un'automobile: per questo zoppicava appoggiandosi a un bastone. Lo si vedeva spesso con belle donne. Aveva notato Lise al Dôme e le aveva rivolto la parola; lei l'aveva divertito, e gli era nata una simpatia per lei. Lise diceva che non era intelligente: gli aveva domandato se amava Descartes, e lui aveva risposto evasivamente; pertanto lei aveva deciso che l'annoiava; ma le offriva al Dôme dei pranzi che trovava favolosi: giovane, robusta, vorace, non arrivava mai a saziarsi nei ristoranti studenteschi dove andava a mangiare; accettava con entusiasmo gli inviti di lui; peraltro, appena ingoiato l'ultimo boccone, si puliva la bocca e si alzava. Per trattenerla lui aveva escogitato di ordinare un secondo pranzo, che lei consumava con altrettanta gioia del primo: e quando aveva finito, inesorabilmente, se ne andava. « Che animale! », diceva lui con una specie di ammirazione; e per vendicarsile dava dei piccoli colpi di bastone sui polpacci. Una volta lei si lagnò che l'aveva invitata alle Palette con della gente noiosissima; aveva sbadigliato durante tutta la conversazione; apprendemmo in seguito il nome di quegli importuni: erano Dora Marr e Picasso. Lo studio dello scultore si apriva su un cortile in cui Lise trovava comodo installarsi per truccare le biciclette che rubava ai quattro angoli di Parigi. Le domandai che cosa pensasse delle opere di Giacometti, e rise con un'aria imbarazzata: « Non so, sono talmente piccole! ». Sosteneva che le sue sculture non erano più grosse di una testa di spillo. Come giudicarle? Aveva un curioso modo di lavorare, aggiunse; tutto quello che faceva durante la giornata, lo spezzava durante la notte, o viceversa. Un giorno aveva caricato su un carretto a mano tutte le sculture di cui lo studio era pieno, ed era andato a scaricarle nella Senna.
Non ricordo più le circostanze del nostro primo incontro; ebbe luogo da Lippe, credo; capimmo subito che sull'intelligenza di Giacometti Lise s'era sbagliata; ne aveva da vendere, e della migliore qualità: l'intelligenza che aderisce alla realtà e le strappa il suo vero significato. Egli non si accontentava mai di un si dice, di un press'a poco; andava dritto alle cose, e le assediava con infinita pazienza; a volte aveva la mano felice e le rivoltava come un guanto. Tutto lo interessava; la curiosità era la forma che assumeva il suo appassionato amore della vita. Quando era stato investito dall'automobile, aveva pensato con una sorta di divertimento: « E' così che si muore? Cosa mi succederà? » La morte stessa era per lui un'esperienza viva. Durante la degenza in ospedale, ogni minuto gli aveva portato qualche rivelazione inattesa; quando era uscito ne aveva provato quasi un rincrescimento. Quest'avidità mi rapiva. Giacometti si serviva magistralmente della parola per modellare personaggi e ambienti, e per animarli; era uno di quegli individui così rari che ascoltandoli ti arricchiscono. Tra lui e Sartre c'era un'affinità più profonda: entrambi avevano puntato tutto, l'uno sulla letteratura, e l'altro sull'arte; impossibile decidere quale dei due fosse il più maniaco. Del successo, della gloria, del denaro, Giacometti se ne infischiava: voleva riuscire. Che cosa voleva esattamente? Anch'io rimasi sconcertata, la prima volta che vidi le sue sculture: era proprio vero che la più voluminosa aveva appena le dimensioni di un pisello. Nel corso delle nostre numerose conversazioni, egli si spiegò. In passato era stato legato ai surrealisti; effettivamente, mi ricordavo di aver visto il suo nome, e la riproduzione di una sua opera, ne L'Amour Fou. A quel tempo, confezionava degli « oggetti » come piacevano a Breton e ai suoi amici, che avevano con la realtà solo dei rapporti allusivi. Ma da due o tre anni quella via gli appariva come un vicolo cieco; voleva tornare a quello che oggi riteneva il vero problema della scultura: ricreare il volto umano. Breton ne era rimasto scandalizzato: « Una faccia, tutti sanno che cos'è! » Giacometti ripeteva a sua volta questa frase in tono scandalizzato; secondo lui, nessuno era riuscito a intagliare o a modellare una valida rappresentazione del volto umano, bisognava ripartire da zero.
Un volto, ci diceva, è un tutto indivisibile, un senso, un'espressione; mentre, al contrario, la materia inerte, marmo, bronzo o gesso che sia, si divide all'infinito; ogni particella si isola, contraddice l'insieme, lo distrugge. Egli cercava di riassorbire la materia fino ai limiti del possibile: e così era arrivato a modellare quelle teste quasi senza volume in cui si imprimeva, egli pensava, l'unità del volto umano, quale essa si presenta allo sguardo. Forse un giorno avrebbe trovato un altro mezzo per strapparla alla vertiginosa dispersione dello spazio: per ora non aveva saputo inventare che quello. Sartre, che fin dalla giovinezza si sforzava di comprendere il reale della sua verità sintetica, fu particolarmente toccato da questa ricerca; il punto di vista di Giacometti si accostava a quello della fenomenologia, poiché egli cercava di scolpire un volto in situazione, nella sua esistenza per gli altri, a distanza, superando così gli errori dell'idealismo soggettivi e quelli del falso oggettivismo. Giacometti non aveva mai pensato che l'arte potesse limitarsi a far rilucere delle apparenze; in compenso, l'influenza dei cubisti e dei surrealisti l'aveva spinto, come molti artisti dell'epoca, a confondere l'immaginario e il reale: durante tutto un periodo egli aveva lavorato non già a mostrare la realtà per mezzo di un analogo materiale, ma a fabbricare delle cose. Adesso, egli criticava negli altri come in se stesso questa aberrazione. Parlava di Mondrian, il quale, considerando che la sua tela era piatta, si rifiutava di iscrivervi immaginariamente tre dimensioni: « Ma, - diceva Giacometti con un sorriso crudele, - quando due linee s'incrociano, ce n'è sempre una che passa sopra all'altra: non è vero che i suoi quadri sono piatti! » Nessuno era andato tanto avanti in quel vicolo cieco quanto Marcel Duchamp, che Giacometti amava molto. Prima aveva dipinto dei quadri, e tra gli altri la celebre Mariée mise à nu par ses célibataires mêmes. Ma un quadro non esiste che per lo sguardo che lo anima; Duchamp voleva che le sue creazioni si reggessero in piedi senza alcun aiuto; s'era messo a copiare in marmo dei pezzi di zucchero; questi simulacri non lo avevano soddisfatto; aveva modellato degli oggetti d'uso, del tutto reali, tra gli altri una scacchiera; poi si accontentò di comprare dei piatti o dei bicchieri e di firmarli. Finì per incrociare le braccia. In Giacometti, questi falsi problemi non avevano nulla di molto profondo: la sua vera preoccupazione era di difendersi dalla infinita e terrificante vacuità dello spazio. Per un lungo periodo, camminando per le strade, aveva avuto bisogno di toccare con mano la solidità del muro per resistere alla voragine che gli si apriva accanto. In un altro momento gli era sembrato che nulla avesse peso: nei corsi, sulle piazze, i passanti fluttuavano. Da Lippe, indicando le pareti sovraccariche di ornamenti, diceva gioiosamente: « Non un buco, non uno spazio! la pienezza assoluta! » Non mi stancavo mai di ascoltarlo. Una volta tanto la natura non aveva ingannato; ciò che prometteva il suo volto, Giacometti lo manteneva; a guardarlo da vicino, d'altronde, saltava agli occhi che quei tratti non erano quelli di un uomo ordinario. Non si sarebbe potuto predire se sarebbe riuscito « a torcere il collo alla scultura » o se sarebbe fallito nel tentativo di dominare lo spazio; ma il suo tentativo stesso era già più appassionante dei successi.

lunedì 19 agosto 2013

Hashtag masticazzi


"Non resisto più di sei mesi con lo stesso lavoro. Il mio vero lavoro è trovare lavori che mi lascino libertà, autonomia e indipendenza. La mia vita vale più di 1500 euro al mese.", è ciò che si legge sul mio profilo Facebook.
Parliamo di crisi e lavoro. Ovviamente, ne parliamo con la pochezza ed il qualunquismo tipici di Delirium.
Sono passata troppo spesso per la pecora nera della situazione, per quella che studia architettura ma mai si aprirebbe uno studio di architettura, né mai lavorerebbe in uno studio di architetti, per quella che un lavoro fisso non se l'è mai cercato perché "ora ho questo e poi me ne troverò uno fisso", rimandando di volta in volta.
L'idea di un lavoro fisso, svolto sempre insieme alle stesse persone, sempre nello stesso luogo, sempre alla solita ora, per tutta la vita, mi ha sempre atterrito. Pensare di avere uno studio privato tutto mio, poi, sobbarcandomi da sola un carico disumano di doveri, impegni, cappi al collo, non mi ha mai neanche sfiorato minimamente.
Perché studiare architettura, allora? Perché speravo che mi portasse a conoscere un sacco di gente interessante e sempre nuova, e a viaggiare in lungo e in largo. E poi, a me Piaceva di frequentare architettura, deve esserci anche una motivazione logica dietro la scelta della facoltà da frequentare? Mi piaceva, nel senso che avevo "il piacere di", e tanto mi basta, o dovrebbe bastare.
Fino ad ora, con la disapprovazione di alcuni ed il malcontento di altri, ho fatto ciò che "mi capitava", sì, perché a me piace così, senza programmare ogni istante sino alla fine dei miei giorni.
Io sono già una di quelle tipe che vivono troppo nel passato, pur cercando di scrollarselo di dosso il più possibile; ci mancherebbe solo che fossi anche una di quelle persone che vivono proiettate nel futuro, non accorgendosi mai del presente, o cercando di manipolarlo solo in funzione dello splendido futuro a cui porterà il vivere un presente di merda. Sacrifici.
Sacrificio. E' una parola quotidiana quando frequenti una facoltà che ha il pretesto di sfornare futuri liberi professionisti.
Ma attualmente, 2010/2013, chi si è sacrificato, chiudendo un occhio, sottomettendosi a questo e quello (leggasi, Capo di lavoro e/o Situazione), per costruire quel tanto anelato futuro rosa, fatto di un salario fisso, ferie retribuite, malattie certificate, contributi, tredicesima, pensione, sicurezza sociale, la sta prendendo in culo quanto me.
"
Chi pensa che, solo perché studio architettura, debba fare l'architetto, ha veramente poca fantasia.", 25 Luglio 2013.
E allora, meglio io che fino ad ora ho fatto quel che mi pareva. Non mi sento di aver vinto in confronto ad altri ma, almeno, mi sento meno idiota di chi sognava ad occhi aperti da sempre, per ritrovarsi comunque in mano con un pugno di mosche.

Un paio di anni fa, parlando dell'arrivismo del nostro Maestro di yoga e prano,
Stefano ne prese le difese, dicendomi: "Tu sei proprietaria di una scuola di naturopatia tutta tua? No!", e I'unica risposta possibile era: "Io ho la libertà, che è una scelta molto più scomoda...".



La trilogia orfica di Jean Cocteau


Le sang d'un poète, 1930.

https://www.youtube.com/watch?v=BAqxEq4ylb4


Orphée, 1949.
http://www.criterion.com/films/610-orpheus
e
http://nonsoloproust.wordpress.com/2008/03/27/orfeo-jean-cocteau-1950/

N.B. Purtroppo, non sono riuscita a trovare un link col film in streaming, ed io stessa sto ancora cercando di procurare il film integrale.


Le testament d'Orphée, 1960.

http://www.youtube.com/watch?v=RuLgh1HjPwY


domenica 18 agosto 2013

L'età forSe


13 maggio 2013. Ecco un altro compleanno.
Un anno fa, festeggiai il mio ingresso in una nuova personale Era, con entusiasmo ed esaltazione.
Un anno fa, però, non avevo ancora preso coscienza di quanto fossi davvero all'inizio di una nuova esistenza incredibile.
Miglioramenti nello studio? No. Miglioramenti a lavoro? Men che mai.
"L'età forte" di Simone de Beauvoir.
Questa lettura non mi ha entusiasmato, e sin dall'inizio mi ha dato un fastidioso senso di pollaio, perfetto per pettegole d'altri tempi. Utilissima però è stata la narrazione di quello che era la Francia negli anni della Seconda Guerra Mondiale.
Ho iniziato la sua lettura quando stavo riguardando a ritroso, con autocritica e stupore, al mio passato.
Per cinque anni, avevo guardato solo al presente con Max.
Il 2012, a seguito del dovuto distacco, è stato l'anno in cui ho cominciato a riaffacciarmi al passato.
Riuscire a tornare indietro alla disperazione della mia famiglia, agli anni a Siracusa, a Denim, agli anni con Max, è un miracolo che non mi aspettavo ma, ancor più, che non cercavo.
Invece, adesso che è avvenuto, mi sembra che questo miracolo inatteso fosse necessario per poter davvero guardare avanti, e non solo fingere di farlo. Lasciarsi alle spalle gli avvenimenti passati, non vale quanto il voltarsi indietro ad osservarli, con calma, con cura.
Riguardo ai miei ventanni come ad una ragazza che ho conosciuto e che non vedo da tanto tempo.
Mi sono fatta dei pianti liberatori, ripensandoci, come a voler piangere tutte le lacrime che non avevo sfogato in quegli anni.
A ventanni volevo scrivere poesie, dipingere, fare rivoluzioni e rivolte popolari, volevo condividere con Denim il nostro amore per il Partito (comunista), per la musica etnica e per la Francia, volevo vivere libera dalle imposizioni che la società iniziava a presentarmi sempre più insistentemente e sempre con maggiore pressione.
Se avessi letto "L'età forte" in quegli anni, forse mi sarebbe anche potuto piacere.
Leggendolo oggi, invece, non sono riuscita per nulla a riconoscermi in lei (io e lei, il giorno con la notte... beh, anche altre epoche, ed io una testa calda come poche ce n'erano a piede libero) e ho avuto conferma di tutti i dubbi avuti su Sartre, sulla sua figura, personalità, pensiero. Io, ancora innamorata alla follia di certi suoi scritti, ho sempre trovato contraddittorietà in lui.
Beauvoir fa apparire sé stessa come una sciocca innamorata, accondiscendente (pur negandolo durante l'intero scritto), priva di una vera personalità, che viveva all'ombra dell'uomo che amava, sottomettendosi anche a patti a cui cedeva pur di non perderlo. Sarà una distorsione dovuta alla traduzione, così come accade per altre opere? Chissà. Farò bene a leggere altro di lei, per potermi fare un'idea della Scrittrice, senza esser costretta ad affidarmi a critiche di terzi. Sperando di poter essere all'altezza di capirla, tutt'al più. La contestualizzazione, come sempre, giocherà un ruolo fondamentale.
Ad ogni pagina letta, affioravano alla mia mente ulteriori differenze tra la me ventenne e la me attuale.
C'è una riflessione della scrittrice, nella prima parte della biografia, che coincide con una constatazione che facevo io stessa, di recente: avere un abbonamento annuale per i mezzi pubblici di Roma, è una cosa di estremo valore, ed una vera e propria fortuna, poiché posso gironzolare quanto mi pare e trascorrere delle splendide giornate da vera turista anche quando non ho il becco di un quattrino in tasca. Roma, la mia stupenda amatissima Roma, ha bellezze sconfinate e gratuite, se solo si ha la volontà di scovarle ed andarle a visitare.
L'età forSe, è così che definirei i ventanni, miei e della Beauvoir.



Il viaggiatore


Ovunque vada, ogni luogo è la mia casa.

Ogni atomo di me, appartiene ad un posto diverso, ad una città diversa, ad una cultura diversa.
Il cielo è sempre diverso e sempre uguale. E la terra... ah, la terra!
Sono nata dalla terra e dal cielo uniti, e sono creatura del tutto.
Appartengo anche ad epoche diverse, e tutte mi appartengono, in qualche modo, ognuna a modo proprio.
Io non vivo nel mondo, io mi sento essere il mondo intero: il buono, dai paesi buoni, ed anche il cattivo, dai paesi cattivi, ed il buono ed il cattivo di ogni luogo buono o cattivo.

La sera, a letto, chiudo gli occhi e sprofondo nel Tutto del Mondo. La mattina, mi desto, e ritorno al Tutto.
Si dice che io sia come il vento, accarezzo e vado via.
Esistono infinite terre e città, per me, dove vivere, dove essere accolta, dove viaggiare e girovagare: esistono fuori e dentro di me. Il Cosmo mi gira intorno, ed io lo sento ruotare, riempirmi, strattonarmi, accarezzarmi. Le mie ossa sono cosmiche, le mie viscere sono cosmiche.
E viaggio e viaggio, e vivo, e sono.

http://www.youtube.com/watch?v=4AhpoqTkuwY


mercoledì 7 agosto 2013

Che cosss'è l'amor?


L'amore è quella cosa che:
Hai sempre sofferto d'insonnia e, quando sei al suo fianco, dormi tutta la notte come un ghiro.

"L'amore non si manifesta col desiderio di fare l'amore (desiderio che si applica a una quantità infinita di donne) ma col desiderio di dormire insieme (desiderio che si applica ad un'unica donna)" da "L'insostenibile leggerezza dell'essere", Milan Kundera.

Le bouche




Eleganza


- "Sono le nove e mezzo del mattino e sei così elegante...",
- "Elegante? Questo vestito l'avrò pagato, sì e no, dieci euro!",
- "Che importa quanto lo hai pagato? Tu potresti anche metterti una tuta da ginnastica e sprigioneresti comunque la tua femminilità e la tua sensualità. Sono delle cose che hai innate, vengono fuori a prescindere da come ti vesti e da quanto costa il vestito che indossi. Il vestito non è elegante, sei tu che rendi elegante il vestito...".

Incredibile, esistono uomini all'altezza di capire certe cose! [rubiconda]

Les amoureux au clair de lune, Marc Chagall.

venerdì 2 agosto 2013

Se la mia bocca dice "T'amo" #8


Se la mia bocca dice "T'amo", dà voce al corpo, e non al cuore. E allora, evito di dire "T'amo", in modo da non creare fraintendimenti e da non illudere nessuno. (18 Feb 2012)


Le cose che non meriti #7


(Agosto 2009/ Marzo 2010)

Ho provato ad immaginare i colori e le sfumature di un susseguirsi di carezze..
Le cose che non meriti.
Ciò nonostante, potrebbe esistere qualcuno che sia comunque disposto a dartele.




mercoledì 3 luglio 2013

Dimmi come mangi e ti dirò chi sei? =)


http://bonsai.tv/news/entertainment/cecilia-capriotti-su-chi-video/

"Avere fame non è sexy"?
Beh, se ci si butta sul cibo come dei disperati, depressi, la cui vita è vuota e priva di ogni emozione o soddisfazione, e si cerca di colmare i vuoti della propria esistenza rimpinzandosi di cibo, certo, non sarà sexy, agli occhi degli altri, vederci sbranare pietanze con la voracità di una iena sulla carcassa lasciata a metà dal leone.
Invece, non che sia sexy ma, vedere mangiare una persona con gusto, mette allegria. Osservare le persone mentre mangiano (osservo sempre il modo in cui mangiano gli altri, e lo trovo anche piuttosto eccitante), aiuta a capire molte cose dell'animo di quelle persone.
Non bisogna mai vergognarsi dei propri "appetiti", perché questo vergognarsi, spesso dettato da culture malsane, porta solo a generazioni di frustrati infelici e maniaci, i cui appetiti sono insaziabili, non perché smisurati ma poiché insani.
Mangiare con piacere, con la giusta goduria, è come avere un orgasmo sincero, che lo hai, lo mostri in modo spontaneo, e non sei costretta a darti a grida eccessive e disumane come surrogato.
Del resto, chi ha stilato quelle dieci "regole d'oro" è solo un esemplare di femmina dai finti gemiti (lo afferma lei stessa nell'articolo).
Diciamo pure che, personalmente, aspiro a sposare un uomo, e non un bancomat.


mercoledì 19 giugno 2013

Il senso del possesso.

C'è la ragazza con la pistola, c'è la ragazza con la valigia, e poi ci sono io, la ragazza con gli scatoloni.
A chi non mi conosce, sembra che io ci prenda gusto a traslocare di continuo. A chi, invece, mi conosce bene, sa per certo della mia perversione di traslocare ogni due tre.
E' anche da precisare che, non mi limito a traslocare da una casa all'altra, magari spostandomi da un quartiere all'altro di una stessa città, ma trasloco direttamente di città in città, senza pormi tanti problemi.
Tra gli appartamenti che ho visitato in queste settimane, ne ho visto uno che mi è piaciuto da morire. Purtroppo, essendo stato un B&B, non è organizzato per essere adibito ad appartamento (la cucina ed il terrazzo sono ampi e arredati in un modo squisito, perfetti per ospitare amici e organizzare pranzi domenicali come quelli a cui ero abituata quando vivevo a Siracusa) e, mentre il proprietario non sa come riadattarlo e adibirlo ad un nuovo uso personale, io, appena tornata a casa, mi sono tuffata sul mio blocco schizzi, per buttar giù tutte le idee che mi erano venute mentre visitavo l'immobile, ed ecco come si potrebbe trasformare nella casa dei miei sogni: la camera da letto grande (due vani collegati da un'apertura ad arco) sarebbe perfetta per avere zona letto e studiolo nello stesso spazio; le altre tre camere potrebbero essere adibite una a biblioteca (da mettere a disposizione anche a chi cercasse un luogo tranquillo in cui leggere, studiare, preparare esami universitari), una adibita a sala musica e video proiezione (all'interno della quale avere vari strumenti per lo studio e per il diletto, in cui chiunque potrebbe venire anche insieme al proprio maestro per far lezione, o anche solo per esercitarsi), ed una come laboratorio artistico per dipingere, scolpire, lavorare il legno, e fare modellismo (anche questa, a disposizione di chi cercasse un luogo per creare... quanto mi manca la mia stanza laboratorio di Siracusa!); il lungo corridoio sarebbe perfetto per un'esposizione di dipinti e sculture. Il proprietario mi lascerebbe anche fare dei lavori dentro ma, l'intenzione è di trovare una situazione di normale fitto, senza ulteriori oneri, dato che deve solo essere una situazione di passaggio, il tempo che mi organizzi il futuro.
Veniamo ora alle riflessioni su cui la mia mente si contorce da tempo, e che hanno dato vita al titolo del post.
Nel momento in cui ci si prepara per un trasloco, si è costretti a fare i conti con le troppe cose accumulate nel tempo.
Guardando alla nostra epoca consumista, osservo come il comprare, stipare, accumulare sia considerata una pratica usuale, senza mai che ci si fermi a pensare: "E' necessario comprarlo? In quale altro modo potrei procurarmelo?".
Nella nostra mentalità, se desideriamo una cosa, è necessario acquistare quella cosa ed averla in casa, che sia nostra, tutta solo nostra.
E' in questo modo che accumuliamo anche cose che non sarebbe necessario acquistare, se solo avessimo un senso diverso del "possesso" e sapessimo di poter porre fiducia nel rispetto di terzi, verso dei beni che potrebbero essere in condivisione.
Inizio col farvi un esempio pratico: il monolocale in cui vivo attualmente è all'interno di un grande appartamento dove sono presenti altri quattro comodi monolocali, con i quali condivido un ingresso e la lavasciugatrice. Per il resto, ognuno ha la propria cucina, il proprio frigobar, il proprio bagno interno.
Io che sono stata la prima ad entrare in casa, non appena finiti i lavori di ristrutturazione, ho anche potuto arredarla a gusto mio (a spese del padrone, che doveva comunque comprare i mobili) e mi sono creata una casetta squisita, colorata ed accogliente.
Torniamo, però, ai problemi delle poche cose condivise. Gli altri coinquilini dei monolocali, oltre degnarsi raramente di pulire la zona dell'ingresso comune, hanno il vizio di usare con menefreghismo la lavasciuga, come se non fosse interesse anche loro di tenerla in buone condizioni e perfettamente funzionante. A seguito anche dell'atteggiamento di queste persone, io stessa ho cercato di procurarmi una lavatrice da poter usare solo io, da avere all'interno del mio appartamento, in modo da non dovere subire i peli di cane della vicina zoccola (andata via a Dicembre, per fortuna), i pezzi di schifezze staccatesi dalle scarpe da ginnastica di quello che chiamo "La checca isterica" (c'è una cosa chiamata "lavaggio a vuoto" che non farebbe male scoprire), e i cicli di lavaggio che non s'inceppino a causa della brutta abitudine di sovraccaricare la lavatrice.
Poi mi fermo un attimo a riflettere, e penso che non mi serve una lavatrice tutta mia, perché averne una tutti in comune è sufficiente e perché, se ovunque nei condomini e nel mondo si facesse lo stesso (con rispetto nell'utilizzo, ovviamente), avremmo tutti dei vantaggi, sia a livello economico personale (anche le spese di manutenzione verrebbero divise per il numero di utilizzatori), sia a livello ambientale (produrre 10 quando ne basta 1 è un crimine contro il pianeta e contro noi stessi), sia a livello d'ingombro (al posto della lavatrice, ognuno avrebbe uno spazietto in più per un bel vaso di fiori).
Spostiamo questo discorso a libri, CD, DVD. Capisco che ci siano città e paesini poveri di servizi pubblici ma, mi atterrò a quello che offre la città di Roma.
Quando dopo quasi sei anni di vita a Siracusa, dovetti riportare tutte le mie cose a casa a Catania, dai miei genitori, dovemmo fare i conti con libri, CD, collezioni di videocassette di teatro e cinema, e collane cinematografiche in DVD che possedevo in quantitativo smisurato.
Oltre lo spostarli fisicamente, si pose il problema di trovarvi collocazione in quella che era una casa già arredata di tutto punto e contenente i libri, CD e DVD accumulati negli anni in cui avevo vissuto con i miei. Molta della roba traslocata ai tempi, è ancora dentro scatoloni rimasti abbandonati in garage.
Roma. Roma offre un ottimo servizio di biblioteche comunali (libri, CD, DVD) ed è presente la splendida Biblioteca Nazionale. Quando entro in una biblioteca di Roma, penso che "sono fortunata ad avere tutti questi libri", perché in realtà, non sarebbe il possederli a casa che mi renderebbe più ricca, o soddisfatta, quanto il fatto che possa accedere ad una così grande ed infinita collezione.
Quando prendo un libro in prestito, quel libro avrà modo di appartenermi solo se farò mio il suo contenuto. L'acquistarlo, invece, mi farebbe appartenere solo un mucchio di fogli in più e avrebbe svuotato il mio portafoglio senza una reale motivazione.
Immaginate con quale gioia abbia accolto i siti di streaming nella mia vita!, conoscendo adesso la mia visione delle cose.
Lo stesso sistema di condivisione potrebbe spostarsi su molte altre cose, come le bacinelle per il bucato, stendini, portaombrelli, scope palette rastrelli e secchi, aspirapolvere, scaletta. E invece no, ognuno ha i propri e, che in cinque coinquilini sia capitato una volta in due anni e mezzo di fare le pulizie di casa in contemporanea, sembra essere solo un dettaglio da nulla.
Per quel che mi concerne personalmente, io ho da traslocare anche le stoviglie per la cucina: ho tutto di mio, date le pentole da dopo guerra ed i piatti lesionati forniti dai proprietari degli appartamenti; inutile dire che mi sono concessa anche certe comodità come un'alzata a tre piani per la frutta, un porta spezie a cestelli, la macchina per il caffè espresso, un carrellino per portare la spesa, diverse cassettiere di plastica (non avendo mai avuto cassettiere nelle stanze in affitto, e armadi piccolissimi), un ventilatore, uno scaldino elettrico. Diciamo pure che, queste non sono cose da poter avere in condivisione, dato che l'utilizzo tra più persone sarebbe contemporaneo.
Provate a fare un conto rapido di quanto risparmieremmo, e di quanto risparmieremmo al nostro pianeta, se in tutti i condomini fossimo attrezzati a piccoli gruppi (considerando anche il numero di componenti di ogni singola famiglia) in questo splendido modo: la condivisione.
In questa crisi economica mondiale, più che mai faccio sogni di mondi migliori, di popoli migliori, e vorrei che mi si offrisse la possibilità di poter essere migliore anch'io.

venerdì 16 marzo 2012

Via dei Salumi


Mutevole. Ancora, ancora una volta. Un vortice di cambiamenti interiori, mi guida verso una strada che diventa sempre più in discesa, ed io mi lascio andare ad un vento nuovo ed energico: non potrei fare diversamente, data la sua prepotenza.
Così, Delirium cambia vita ancora una volta, lasciandosi alle spalle il lungo percorso affrontato, che l'ha portata a giungere all'oggi.
Punto di partenza: ho perso cinque anni dietro ad una relazione che non ha portato a nulla.
Avendo sempre saputo cosa voglio, non sono più disposta ad accontentarmi.
Sono cambiata nell'ultimo anno, ma ancor più sono cambiata rispetto a cinque anni fa: sono pronta ad accogliere nella mia vita un uomo, e desidero trovare chi abbia voglia di accogliermi nella propria. Un uomo che sappia tenermi con sé, che sappia essere presente ma, senza assillarmi ed ossessionarmi. Desidero che abbia un corpo da usare, e dal quale farmi usare. Che sappia essere carne e che voglia fondare la nostra relazione sulla carne, una relazione fatta di sentimenti da trentenni, e non di turbe adolescenziali e di farfalle allo stomaco. Un uomo che sappia farmi compagnia nelle cose che amo, che si tratti del teatro, o delle mie lunghe passeggiate a Villa Pamphilj. Che quando viaggia, mi voglia con sé per portarsi dietro i miei sorrisi, le dolcezze, la mia carne, e non per fuggire in due dalla scomoda realtà. Che mi voglia con sé, per l'idea di possedere un pezzetto di bello del mondo.
C'è una cosa che Max riusciva a darmi, e che non troverò mai più in nessun altro, e si trattava del suo saper compenetrare i miei silenzi e la mia solitudine. Mi sono resa conto che, quella era la vera cosa che mi legava a lui. Una cosa tutta speciale che solo lui sapeva fare. L'ho persa, e sono finita per farmene una ragione.
Notavo, giusto l'altro giorno, come il mio bisogno di "spiritualità", ora che sono più serena, si stia ridimensionando, trovando uno spazio più limitato ed equilibrato.
In parte, ho paura poiché, rispetto ai passetti che facevo in passato, adesso ogni passo mi porta tre metri più in là.
E' passata la frenesia di cambiare appartamento, ma è ripresa quella di cambiare paese, non avendo più nulla che mi leghi all'Italia.
Continuamente, in questi giorni, ho riprovato le sensazioni di quando ero ospite a casa di Rossella, in via dei Salumi, a Roma. I giorni in quella casa furono gli stessi che portarono al cambiamento radicale della mia vita siciliana. Sentivo crescere in me la novità di un'esistenza nuova, e di una nuova possibilità. Significheranno qualcosa i ripetuti deja vu legati a quei giorni di cinque anni fa?


giovedì 2 febbraio 2012

Usa e getta #6


Rileggendo un mio vecchio logbook virtuale scopro che, i motivi per cui oggi sono una donna di un certo tipo, li avevo ben chiari dentro me stessa già anni fa.
Per quanti rimproveri possa farmi, ammetto di aver rispettato le mie intenzioni di sempre: non vivere un'intera vita "usa e getta".
Voglio essere migliore di questo Mondo che mi ruota intorno. Ora più che mai.


01 Aprile 2007

"Quando stamane ho lavato i denti, sciacquando lo spazzolino sotto il rubinetto, e strofinando il dito tra le setole, alcune di queste sono venute via. E' uno spazzolino che uso da solo due settimane. Lo spazzolino va cambiato ogni mese, l'ho imparato dal libro di educazione fisica del liceo. Il mio, ha solo due settimane. Due settimane.
Al giorno d'oggi, tutto è diventato usa e getta, e la vita non è da meno.
E' la corrente che ti trascina, è la vita; non si può giudicare, né capire, non c'è che da lasciarsi andare. - Sartre.
Persa nel mio Altrove, al momento, il mondo è un problema che non mi riguarda.
In questa vita non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più difficile. - Majakovskij.".


venerdì 13 gennaio 2012

E' meglio accendere una candela, piuttosto che maledire il buio. - Lao-Tze


Mi è arrivata la solita telefonata anonima. I pensieri hanno iniziato a correre veloci e le mani sono diventate impazienti.
Dato che al momento ho più di una persona che mi chiama col numero anonimo, non so quale delle diverse persone fosse.
Da quando non ti desidero più, mi sento spaesata: era così disgustosamente comodo essere assuefatta.
Risvegli. Non mi riconosco più, non so bene chi sono. Forse non so più chi sono stata: quella degli ultimi cinque anni non posso essere stata io. Sto rinascendo. Mamma, sto nascendo per la terza volta, e sarò migliore, farò del mio meglio per essere migliore. E comunque starò meglio, l'ho promesso a me stessa.
Come sempre, su questo blog scrivo alla rinfusa, per scelta, non vi voglio impeccabilità e stucchevolezza, desidero che sia un luogo in cui pensare confuso e scrivere peggio, come quando si parla ad alta voce ed in modo inconcludente.
C'è stato un momento della mia vita in cui ho deciso di chiudere con le donne. In realtà, mi eccitano più degli uomini ma, oltre al desiderio smisurato di cazzo (di carne, non finto), la mia scelta è stata basata sull'impossibilità di avere una relazione equilibrata e duratura con una persona del mio stesso sesso.
Una donna ha bisogni e pretese che, nel giro di poco tempo, diventano insostenibili: le gelosie, le ossessioni, l'attaccamento morboso, l'essere invadenti sempre e comunque, ad oltranza, il loro smisurato bisogno di affetto e di conferme continue, l'esclusività (essere sempre e solo in due ed isolarsi dal resto del genere umano), il fare perennemente progetti futuri per un arco di tempo minimo di venticinque anni. Poi, ci sono quelle ancora peggio: quelle che fingono di non essere nulla di tutto quello che ho descritto per, alla fine, rivelarsi identiche alle altre, quando non maggiormente problematiche.
"Veniamo su questa terra per vivere, non per imparare a farlo. Ci si sente vivi davvero nel momento in cui la smettiamo di raccontarci bugie, cominciando ad essere veramente noi stessi.".
Il mio ex toy boy, che spia di continuo la mia fan page Facebook ed il mio blog, l'altro pomeriggio, davanti ad un gelato, mi ha detto: "Spesso immagino che tu e Max torniate insieme, così torneresti anche con me.". Mentre prima sperava solo che liquidassi velocemente l'Old Man dalla mia vita, ora sa che io e lui potevamo esistere solo in quella condizione, e che se arrivasse un terzo, resteremmo in due e non in tre.
Questo ragazzino è meraviglioso, anche se ha iniziato a crescere troppo in fretta, con l'idea di avvicinarsi (o provarci) di più al mio essere donna. Invece, io di lui amo proprio la sua giovinezza, la leggerezza, il suo vestirsi da ventenne, e senza la cravatta.
"Tu mi hai reso la vita più bella", mi ha detto, ed io ho pensato di non essermelo sentito dire da Denim, ad esempio.
Io e il toy boy avevamo pensato di trasferirci per tre/quattro mesi in un'altra nazione: l'indecisione era tra Francia, Danimarca, Germania (in extremis, anche USA). Lo avevo proposto anche a Max, di venire via con noi.
In sintesi: stavo cercando di complicarmi ulteriormente l'esistenza.
Sono ancora indecisa se sia meglio star sola al posto di stare con l'uomo sbagliato, o se sia meglio avere un uomo sbagliato con cui cazzeggiare a lungo in questa vita. Mi avvantaggia il non credere nell'anima gemella, ma solo negli "amici di gioco".
Nel mese di Dicembre sono stata accusata di non sapere cosa voglio, e di non "essere pronta"; invece, io so alla perfezione ciò che voglio, e l'essere o meno pronta dipende esclusivamente da quanto la persona che ho di fronte m'ispiri fiducia, stabilità mentale, zero ossessioni. Vuoi essere il mio uomo, in una relazione di vario genere che sia? Dimostrami che non scappi dietro alla prima che ti passa sotto il naso.
L'altra sera, il toy boy ha portato cibo cinese e un libro da leggere: abbiamo cenato e poi ho letto per lui, sino a quando non si è addormentato.
Riflessioni:
A periodi, tra me e Max diventava tutto virtuale e, al posto di un uomo in carne ed ossa, mi ritrovavo col monitor di un pc.
Una relazione è fatta di carne e fremiti, e le scopate tramite webcam sono stuzzicanti solo quando sono un gioco aggiuntivo ad un frequente scambio fisico reale. Ho bisogno di un uomo che, quando ho voglia di aver scaldato il letto, possa fare un salto da me, in qualsiasi giorno, a qualsiasi ora, anche la notte, o la mattina alle 07:00, prima di prepararmi per andare a lavoro. Ok, io vorrei scopare tutti i giorni, ma facciamo anche un giorno sì ed uno no?
Il toy boy dormiva, tenero, avvolto nel piumone, nella sua metà di letto, ed io riflettevo su quello che ho appena scritto.

lunedì 2 gennaio 2012

Chiamiamole feste.


"Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.".

Ho passato le ultime 72 ore in solitudine. Avere una camera tutta mia a casa a Catania, mi dà la possibilità d'isolarmi completamente anche per diversi giorni.
Tra qualche lacrima e i silenzi spietati della mia stanza-bunker, è passato ed è andato via anche il capodanno.
"Strade perdute", Mariano Deidda, "Le meccaniche del quinto" dei Kyrie, "Pi - il teorema del delirio", una ripassatina a "Conchiglie, caratteristiche e ambienti di vita dei molluschi", l'alfabeto sanscrito, tre ore al giorno di meditazione yoga, ad intrattenermi e a distrarmi da pensieri distruttivi.
Nella nostra famiglia non si festeggiano né Natale, né Capodanno, da molti anni, ed io mi ritrovo a trascorrerli pensando che in casa non ci sia mai stata gioia.
Ricordi:
Per anni sono stata una bellissima Dama Nera, la più bella di tutta Catania e dintorni, piena di fascino e di classe, oscura, sensuale, traboccante di fantasie indicibili, ambita da molti, invidiata da molte. Non ero un granché conosciuta come Delirium, in quel di Catania, ed i più mi chiamavano Male di Miele o, tra i ragazzi, l'Irraggiungibile, per quel mio viziaccio di voler essere la donna di un unico solo uomo.
Mia madre disse che sua figlia era morta e che, anche se non mi riconosceva più, voleva bene anche alla seconda me.
Tra i vari incontri inutili del 2011, avevo conosciuto una persona particolare, "diversa ma normale, che è una qualità quasi impossibile". Mi ero illusa che non fosse necessario farmi scopare dopo sei ore dal primo incontro, per non perderlo. Tante belle parole, per poi lasciare che i fatti svelassero la verità.
Quella notte, in macchina, invece del fuorviante gioco di parole, per cercare goffamente di chiedermi di trattenermi ancora, avresti dovuto tirarmi per un braccio, imponendoti, e magari usarmi anche violenza, ché mi eccita non poco, e come prima cosa sarei finita a succhiartelo, data l'impazienza che avevo di farlo, invece di lasciarmi andare come hai fatto. A me, sarebbero crollate remore e paure, tu non avresti fatto l'ennesima parte da broccolo, e le troppe mail successive non avrebbero sciupato tutto.
Eeeeh, le italiane siamo indecifrabili, per lui, come se le donne non fossimo donne e basta.
Una sera in cui, io e quest'uomo, siamo stati a teatro, e in cui indossavo una gonna parecchio corta e calze semi velate color bluette, mi sono ritrovata, all'improvviso, i suoi occhi sulle cosce, con molta nonchalance, cercavano di salire il più possibile e stavano lì a valutare "la merce". Dico io, santa pazienza, infilami una mano tra le gambe, trascinami fuori dalla sala e saltami addosso tra una macchina parcheggiata e l'altra.
Avrei dovuto procurargli un libretto d'istruzioni.
A parte gli scherzi, ché poi mi si taccia di aggressività (io, pucci pucci bau bau? O_o)... Dato che anch'io ritengo che il modo migliore di valutare le cose sia quello razionale, e tenendo conto che la vita mi ha portato a conoscere un sacco di persone, italiane e non, e che lui ha di certo conosciuto per dieci volte il numero di persone che ho conosciuto io, dico: quante volte capita di trovare una persona con intenzioni, gusti e modi di pensare così inusuali e vicini ai nostri?
Resto dell'avviso che si stia sciupando qualcosa di valore, ed una possibilità offertaci, ché quel "giro del palazzo" andasse fatto, ma sono l'unica tra i due a pensarla così; e lui, al momento, è troppo preso dalla "novità".
Per la prima volta, dopo cinque anni di assuefazione, una persona diversa da Max, è riuscita a ferirmi al cuore: già, mi sono proprio destata dal torpore.
"Ho dimenticato come ci si protegge e ho dimenticato perché.", Violentafiducia.


"Nel senso che è come trovarsi in una prateria dopo essere stati chiusi in stalla per troppo tempo. Corri a destra perchè vedi l'erba, verde, poi a sinistra perchè è ancora più verde. e poi ancora. ancora. Piano piano la pancia si riempe ma tu ti appesantisci..E alla fine devi "riggettare", anche l'erba che credevi più buona e cercare non quella più buona, ma quella che ti piace di più".
Sono belle parole; io le metto in pratica da tutta la vita, a differenza di te che le hai solo scritte.


Everything Is On Fire

domenica 16 ottobre 2011

Una ribellione PER invece che CONTRO


"Una ribellione PER invece che CONTRO" è lo slogan che ho scelto per me stessa nel mese di Gennaio, leggendo un libro semplice, che mi ha regalato un'idea stupenda, oltre la stessa frase. Già, Delirium è proprio intenzionata a cambiare.
E' il 15 Ottobre, saranno le 12:30, e mi trovo in Piazza della Repubblica.
Supero la Feltrinelli International, percorro trecento metri e la mia visuale sulla piazza viene offuscata da decine di bandiere del Partito Comunista, di SEL, di svariati sindacati, dei No Tav, e così via. Inorridisco. Io, che ho manifestato per anni accodata a quelle bandiere, riesco solo ad inorridire.
Mi dico subito che non ci sto, no, dover subire anche questo è troppo.
Ripeto in testa il mio slogan personale, "PER invece che CONTRO.. PER invece che CONTRO", mentre passeggio in cerca di gruppi apartitici e dalle vedute maggiormente ampie.
Non riesco a farmi una sana risata nel vedere ragazzi e adulti con dei cartelli in mano con cui danno contro al capitalismo, mentre assaporano voraci il loro Mc Menu.
Trovo il carro del Valle Occupato, i precari, e da qualche parte so che ci sono anche gli studenti.
Inizio a chiacchierare con un po' di persone e a fare amicizia.
Esprimo a chiare lettere il mio dissenso per quelle bandiere, per poi accorgermi a fine corteo, che non è stata sventolata una sola, dico una, bandiera dell'Italia.
Grazie alle varie persone che sapevo presenti alla manifestazione e a mia madre in ascolto del tg, mi tengo informata durante tutto il tragitto dei risvolti del corteo, nelle varie zone del percorso, tramite sms.
Abbiamo appena imboccato via Cavour, lasciandoci alle spalle piazza dei Cinquecento.
Veniamo superati da una cinquantina di ragazzoni vestiti di nero, con passamontagna in testa e spranghe, e gli sms al mio cellulare si fanno più frequenti e dettagliati poco dopo il loro rapido passaggio.
Mentre veloci e in fila serrata, passano i black bloc, strattono V che, ingenua, oltre avere i capelli rasati, ha ben pensato d'indossare per l'occasione una felpa nera con cappuccio.
Arriviamo sino al Colosseo ed è lì che ci fanno deviare dal percorso prestabilito.
Da lì a poco, anche a seguito della conoscenza casuale di ragazzi scampati alla guerriglia, io e V (che ha un treno per il Molise in serata stessa) decidiamo di abbandonare il corteo: percorriamo un lungo tratto a ritroso, sino al Colosseo, e poi sino alla fermata metro del Circo Massimo, accompagnate da A, un manifestante con cui avevamo socializzato poco prima.
Io e V, arrivate a Termini, ci fermiamo a chiacchierare davanti ad un caffè e ad una schweppes, mentre continua a ringraziarmi per averla tirata via dal marciapiede mentre passavano i BB di cui non si era accorta, arrivandole alle spalle.
Dopo ieri, mi ripeto, con ancora più insistenza, che voglio essere una ribellione Per invece che Contro.


Il "come eravamo" è utile, ma anche fuorviante e pericoloso;
il "come siamo" è importante e irrinunciabile;
il "come saremo" fondamentale.

- Giulio Carlo Argan -




giovedì 13 ottobre 2011

La mia vita tutta al rovescio: essere grandi da bambini ed essere bambini da grandi.


La prima volta che mi scoprii a dire "In un certo senso, sono stata la madre di mia madre" fu un paio d'anni fa.
Gli anni ti liberano da paure e ricordi dolorosi, cancellano momenti più o meno lunghi della nostra esistenza. Eliminare attimi della propria esistenza è come denudarsi.
Più la mia anima si spoglia, più ringiovanisco.
Giovane.... Cosa intendo per giovane? Mi riferisco, in genere, ai ragazzi tra i 16 ed i 20 anni.
Cosa fanno i giovani? Tutto quello che io a 16 anni non potevo fare, presa dal sopravvivere alle situazioni familiari.
"Non tutti i bambini hanno la fortuna di essere orfani", Renard.
Ho due partner, che non sono due "fidanzati", fossi pazza: sarebbe come scegliere di avere il doppio dei problemi.
Siamo tre persone molto diverse, di età diverse e con gusti diversi. Preferisco la compagnia di persone che non mi somiglino troppo: in compagnia di persone molto simili a me, resto spesso delusa ed annoiata. Con presunzione, finisco sempre per sentirmi più figa di quei miei semi sosia.
Quindi, siamo tre persone molto diverse, e coordinate nel nostro essere scoordinate, amo uno dei due e vengo amata dall'altro, ognuno riceve qualcosa dall'altro. Trascorriamo delle ore insieme, ma ognuno di noi ha poi il proprio lavoro, i propri impegni, i propri interessi, i propri amici.
Come patto, non siamo amici su Facebook, in modo da non cedere a tentazioni pericolose e/o morbose. Non ci sono vere regole ma, tra di noi sappiamo come deve funzionare: non si esce, non si viaggia e non si dorme in tre, e non ci s'intromette nei segreti degli altri due.
Non è un paradiso idilliaco, s'intende, e le gelosie sono all'ordine del giorno.
Non so descrivere come mi sento. Posso dire che per la prima volta, sono quella che esce salva da una situazione. Questa volta, a passarmela meglio degli altri, sono io.
Mentre il mio old man si affretta ad invecchiare, ed il mio toy boy si muta in un vero ometto, io mi denudo e assaporo la libertà da certe spine dell'anima.
I colori, la musica, il mondo hanno un senso diverso. Forse non migliore, ma diverso.
Sciotto. Parliamo di Sciotto, Delirium.
Sciotto è il mio attuale sfigometro. Quanto è grande Roma? Tanto grande. Come abbiamo fatto ad incontrarci, per caso, per ben tre volte nel giro di un anno?
Al teatro, gremito da sentirsi male, mi fanno accomodare in un palco dove avevano già fatto accomodare lui. Guardiamo lo spettacolo seduti a distanza di neanche due metri l'uno dall'altra. Un incubo.
Io, che sono sempre una grande, gli metto una mano sulla spalla e lo saluto con fare indifferente, prima di andarmene alla fine dello spettacolo.
Continuo a non mandare giù la cosa, però.
Ho duecento cose da fare al lavoro e sto pensando a Sciotto. O meglio, mi soffermo sulle beffe del caso.
Un cale mane. Questo è l'ultimo lapsus di Delirium.